Read VESTIRE SOLIDALE
Economia.pngAldo ha scritto:

Da "Altroconsumo" giugno 2008
Tanti i problemi nella produzione di uno dei tessuti più usati al mondo. Ma potete aiutare a risolverli se seguite il nostro consiglio etico

Cotone sulla pelle; di bambini e ambiente però. La coltivazione dei batuffoli bianchi, infatti, è fatta soprattutto sulle spalle dei minori e le tecniche di produzione intensiva stanno danneggiando pesantemente l'ecosistema. Per questo abbiamo analizzato le politiche di responsabilità sociale di sei marchi che vendono magliette di cotone: Diesel, Fruit of thè Loom, H&M, Lacoste, Nike e Solidal Coop. Dall'inchiesta emerge che sul fronte dell'etica marchi anche famosi come Lacoste, Fruit of thè Loom e Diesel hanno ancora molto da imparare. Bene invece sul fronte della tutela dei lavoratori e del rispetto dell'ambiente Solidal Coop. Positivo anche il comportamento di aziende che fino a oggi erano sulla lista nera per l'etica come H&M e Nike.

Record negativo per l'Uzbekistan
L'Uzbekistan, uno dei principali produttori, è tristemente noto in tutto il mondo per lo sfruttamento della manodopera minorile. Uno sfruttamento non casuale, ma organizzato e sistematico con il benestare del governo. I bambini devono lavorare nelle piantagioni a partire dai sette anni, interrompendo gli studi per due mesi e mezzo ogni anno. Se non rispettano la quota di prodotto da raccogliere, subiscono punizioni fisiche e rischiano di vedere la loro carriera scolastica compromessa. Una situazione intollerabile, che ha portato a una campagna internazionale di boicottaggio: ma tra le marche che abbiamo preso in esame solo Solidal Coop ha escluso espressamente l'uso del cotone uzbeko. Comunque lo sfruttamento del lavoro minorile è un fenomeno esteso anche ad altri Paesi. In India ad esempio, molti piccoli vengono ceduti ai produttori in condizioni di quasi schiavitù dalle famiglie sull'orlo del collasso a causa dei debiti. Fosca anche la situazione dei salari: quello di sussistenza non è pagato quasi da nessuno e anche il prezzo più equo ottenuto grazie alle certificazioni (vedi il prossimo paragrafo) non lo garantisce. Per fare un esempio: in media per una maglietta di cotone non biologico da 10 euro, 7 finiscono nelle tasche di venditori e aziende che ci mettono il marchio e solo 30 centesimi coprono i costi del cotone grezzo (e i salari dei lavoratori delle piantagioni sono pari a soli 2 centesimi). I prezzi poi non sono legati a questioni etiche: nella nostra inchiesta abbiamo visto che il cotone biologico, per quanto sia più caro di quello tradizionale, può essere trovato anche in magliette da dieci euro. Nelle schede di queste due pagine ci sono i prezzi relativi alle t-shirt meno costose bianche a manica corta che abbiamo trovato. Un esempio particolarmente negativo è Lacoste: il costo medio è alto (attorno ai 50 euro per capo), ma il logo del coccodrillo non assicu¬ra il rispetto di standard sociali o ambientali. Quindi con un po' di attenzione si possono compra¬re magliette "responsabili" senza spendere di più.

Il certificato giusto
Sulla base delle certificazioni esi¬stono varie categorie di magliette di cotone.
Magliette convenzionali. Sono prodotte con una materia prima coltivata in modo convenzionale e senza procedure di protezione dei lavoratori e dell'ambiente: sono tutte le magliette Lacoste, Diesel, alcune magliette Nike e Fruit of thè Loom. Magliette Better Cottoti Inittiative (Bei). Richiede un cotone "migliore", attraverso il rispetto di standard e normative che sono meno stringenti di quelle delle categorie seguenti. Non sono vendute da nessuna azienda presa in esame nella nostra inchiesta.
Magliette Fairtrade. Sono prodotte con cotone certificato da piante non Ogm. Il bollino però si applica solo al cotone grezzo e non al confezionamento. Nei negozi si possono trovare capi di abbigliamento simili; sono affidabili solo se il produttore o il rivenditore aderiscono a due associazioni, l'Ifat (International fair trad association) e l'Efta (European fair trade association). Non sono
vendute da nessuna azienda presa in esame nella nostra inchiesta.
Magliette in cotone biologico. Sono realizzate con cotone certificato (coltivato senza l'uso di pesticidi chimici e non può essere tran sgenico) e riportano l'indicazione "100% cotone biologico". Sono vendute da H&M e da Nike.
Magliette biologiche. Riportano l'indicazione "biologico ' e oltre a usare cotone biologico, anche la produzione e la manifattura sono certificate in modo da limitare l'uso di sostanze chimiche che hanno un impatto negativo sull'ambiente e sull'uomo. In Italia le certificazioni sono Aiab-Icea, Ecocert (che impone anche l'assenza di sostanze chimiche derivate dalla lavorazione), Skal e bioRe. Quest'ultima è la certificazione di Solidal Coop.
Magliette miste. Sono composte da cotone biologico e cotone convenzionale: Nike, ad esempio, sostiene di impiegare il 5% di cotone biologico nelle sue t-shirt convenzionali, per incentivare un uso più esteso del cotone biologico ed evitare così che passata la moda, le linee 100% biologiche subiscano una flessione nelle vendite che potrebbe riflettersi negativamente sui produttori nei Paesi poveri.
Da segnalare anche la certificazione Oeko-tex 100: garantisce la salute del consumatore fissando i livelli massimi di residui di sostanze chimiche che possono essere rintracciati nel prodotto finito. Il difetto maggiore è che nel processo produttivo possono comunque continuare a essere usate queste sostanze (spesso pericolose per l'ambiente e per l'uomo).
Pubblicato Lunedi 09 Giugno 2008 - 17:51 (letto 2888 volte)
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