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08-12-13 Atti Convegno Nazionale 2008 - Tessere reti, restituire, ricostruire, resistere PDF Stampa E-mail

ATTI DEL 22° CONVEGNO NAZIONALE DELLA RETE RADIE’ RESCH

TESSERE RETI. RESTITUIRE, RICOSTRUIRE, RESISTERE

RIMINI 11-13 APRILE 2008

VENERDÌ 11 APRILE 2008
pomeriggio

Relazione introduttiva della Segreteria
Fernanda Bredariol e Gianni Pettenella


Cari tutti, ben ritrovati e benvenuti all'insegna del Tessere Reti.
Il tessere e il fare rete rappresentano due tecniche completamente diverse tra loro. Si tesse una tela quando il suo procedimento rappresenta un particolare ed elaborato insieme di fili della stessa lunghezza, l'ordito, e di una larghezza, la trama, pari all'altezza della tela. Un insieme di fili più o meno colorati, disposti a seconda dell'uso della tela che si vuol ottenere, rende il prodotto unico. Si possono raggiungere splendidi risultati mediante un telaio manuale che consenta ad un artigianato specializzato di esprimersi attraverso la realizzazione di tele a volte anche pregiate, se pensiamo alla seta per esempio. Ma certamente ognuno di noi è rimasto meravigliato davanti alla bellezza di tessuti variopinti che vestono molte donne appartenenti a comunità diverse, spesso povere, di ogni parte del pianeta. È possibile che la lunghezza e l'altezza di una tela facciano parte della cultura della donna e della comunità che la rappresenta. Rimane il fatto che abili mani, spesso di donne, e donne povere, riescono ad impedire l'anullamento della loro storia anche attraverso l'arte del tessere. Le tecniche dell'ordito e della trama sono le stesse; quante volte però i loro colori rappresentano storie di vissuti dolorosi e inumani; culture, perciò saperi e tradizioni, che l'industrializzazione cerca di distruggere per il “progresso“ ed il profitto ad ogni costo. Perfino Gandhi, il nonviolento attivo per eccellenza, provvedeva a filare e a tessere il suo khadi personalmente.
La rete invece non si tesse: si realizza usando un solo filo, elaborando dei nodi molto particolari che li rende difficili da snodare; ogni nodo rappresenta uno spazio e lo spazio dovrebbe essere uguale tra un nodo e l'altro, dando forma così alla rete; tanti nodi, tanti spazi uguali a seconda dell'ampiezza che gli si vuol dare; la lunghezza e la larghezza della rete dipendono dalla quantità di nodi che si vogliono fare. Si possono mettere insieme tecniche così diverse tra loro? Sì, certamente.
Il “Tessere Reti”, titolo del nostro convegno, vuole esprimere la potenzialità di trasmettere la conoscenza attraverso il recupero della storia, perciò della cultura, della tradizione e delle abilità che permettono a donne e uomini di rendere possibili e dignitosi i loro vissuti. Tessere Reti significa poi restituire la storia ricevuta, partendo dalle nostre culture e tradizioni, valorizzandone i contenuti e i vissuti, linfa vitale per continuare ad essere, ad esistere. Tessere Reti significa infine avere la consapevolezza che solo con l'altro, per l'altro e insieme all'altro, si possono raggiungere le mete che ci prefiggiamo. Mai da soli, ma insieme, sempre insieme: solo così potremo anche resistere. Per questo occorre assumere responsabilmente le realtà di ogni rete locale, che può essere in crescita o in difficoltà, ma il cui apporto è sempre e comunque indispensabile alla possibilità di “tessere reti”.
Come procedere allora? Ci sembrano preziose le indicazioni di metodo offerteci da Guerrino D'Amico, un antico amico della Rete di Pescara scomparso da alcuni anni; in una lettera al Coordinamento, fattaci pervenire poche settimane prima di morire, diceva: “Riscopriamo la stima reciproca, la centralità delle nostre operazioni [progetti], la secondarietà dei «nomi» (il più umile faccia il segretario), rivolgiamoci all'uomo col sorriso, in primis i bambini di strada, poi i problemi nostri personali, più «esperienza», e meno «teorie» politiche. Costituiamo «settori di lavoro» e procediamo tranquilli”.
Questo è quello che vale per la vita interna alla Rete; quanto poi al nostro impegno nei contesti in cui siamo chiamati ad operare, questa è l'opportunità che ci offre, il Convegno di oggi.
Nel brano riportato sembra quasi che Guerrino D’Amico volesse rifarsi alle tre famose parole di Alex Langer: “lentamente, profondamente, dolcemente”. Langer chiedeva che la crescita di ogni singola persona e di ogni realtà di relazione si ispirasse possibilmente a questi tre avverbi. Ricordiamocelo anche nella confusione di queste prossime ore. Nel nostro correre quotidiano oggi abbiamo deciso di fermarci, di guardarci negli occhi, approfondire i nostri pensieri, aumentare l’affetto tra noi.
A questo proposito ci piace anticipare che domani sera ci ritroveremo attorno ad Ettore. La nostra storia di rete parte dalla sua storia, gli si sovrappone, si incrocia con la sua vita e poi si libera autonomamente. Guardate che è difficile trovare un padre che lascia liberi i figli di camminare per la loro strada. Noi un papà così l’abbiamo avuto e questo è un dono che non ha prezzo.
Abbiamo davanti a noi due giorni impegnativi, in cui crescere come singoli e come reti locali. Vorremmo pensare insieme a voi agli stimoli ricevuti in questi anni, ai passi fatti e ai moltissimi che restano da fare. Talvolta pare veramente difficile anche solo dare attenzione alle troppe parti del mondo ancora in sofferenza. Per quanto ci sforziamo, un elenco sarebbe sicuramente incompleto. Dall'Africa alla Palestina, dall'Iraq all'America Latina, che prosegue in parte la sua strada di riscatto e di liberazione (ma non sempre e non ovunque).
E come possiamo dimenticare oggi la Birmania? E il Tibet? Certo sono mondi lontani e fino ad ora non ne sapevamo quasi nulla, ma la protesta nonviolenta dei monaci buddisti non può essere trascurata da noi, che dovremmo avere occhi per vedere e cuori allenati al prendersi cura degli altri.
Da alcuni sud del mondo domani persone amiche ci porteranno una testimonianza diretta. E avremo anche una testimonianza dall'Italia: donne e uomini in lotta nonviolenta per impedire la realizzazione di una grande base militare, operativa per interventi bellici. Se ne è parlato nei Coordinamenti e ci è sembrato giusto dare spazio a un esempio concreto di quanto stavamo elaborando. Infatti pensavamo: che cosa possiamo fare noi, che in quanto occidentali siamo responsabili di molte tragedie, ma come Rete siamo piccoli come formichine per peso politico e visibilità mediatica?
Abbiamo visto d’altra parte come dalla politica istituzionale ci vengano troppi segni sconfortanti perchè possa essere solo quella a condizionarci e a darci linee di comportamento. Ecco allora la necessità che persone come Antonietta Potente e Mario Tronti ci diano nuovi stimoli e nuovi contenuti a cui ispirare il nostro impegno.
Come sapete, questa nostra riflessione era partita già nello scorso Convegno. La precedente segreteria aveva introdotto i lavori dicendo tra l'altro: “La politica che oggi governa la società è sempre più un puro esercizio di potere per la conservazione delle fasce sociali più forti (...) che non tutela e rappresenta i più deboli. (...) Al contrario la Politica che preferiamo è la capacità di ognuno di riappropriarsi della propria vita e divenire protagonista sociale per promuovere la costruzione di percorsi solidali”.
E i seminari inter-regionali del 2007 hanno poi approfondito questo tema. Ci siamo chiesti appunto se siano possibili strade nuove nella politica. Anche presentandovi questo convegno scrivevamo: “Veniamo da un'esperienza che ha più di 40 anni. (...) Non cessiamo mai di coltivare relazioni, di arrivare a denunciare le ingiustizie e le complicità partendo sempre dalle persone conosciute e dalle loro piccole storie quotidiane. (...) Siamo sicuri che raccogliere fondi per le buone iniziative nel Sud del mondo non è più sufficiente, anzi quasi non ha alcun significato, se non siamo coinvolti in dinamiche di cambiamento dei nostri stili di vita, delle nostre relazioni con gli altri, del nostro modo di pesare nella società civile”.
Ecco: vogliamo proseguire su questo percorso, trasferire il metodo del “tessere reti”, appreso in Radiè Resch, alle realtà con le quali entriamo in relazione. Infatti siamo consapevoli che alla base di una attività politica degna di essere considerata tale c'è il rapporto umano. E siamo consapevoli anche che non abbiamo più il diritto di tacere, di rinchiuderci nelle nostre sicurezze.
Noi molte volte abbiamo parlato di “dare voce a chi non ha voce” o meglio a “chi la voce l’avrebbe, ma non è ascoltato”. Ci assumiamo oggi questa responsabilità ricordando Martin Luther King (è appena passato il 40° anniversario del suo assassinio), che diceva: “Oggi la tragedia non è il clamore provocato dall’odio dei cosiddetti malvagi. La tragedia è lo spaventoso silenzio dei cosiddetti buoni”.
Ci troviamo qui dunque per capire, confrontarci e poi… non tacere. Buon lavoro a tutte e a tutti.

Presentazione del fascicolo sui Progetti della Rete
di Sara Carrara


Sono importanti i criteri per la valutazione dei progetti delle reti locali; questi progetti dovrebbero essere: 1) indigeni: relazione forte con il luogo; referenti locali; 2) ecologici: eco-compatibilità; 3) di durata temporanea, compreso il contributo finanziario; 4) autonomi; 5) capaci di innescare un processo di crescita; 6) interrelazione tra le comunità e scambio culturale, con spostamenti fisici; 7) valore simbolico del contributo economico rispetto al valore della relazione; 8) preferibilmente piccoli; 9) finanziamenti chiari in relazione ad altri enti che supportano il progetto. Abbiamo scelto di presentare i progetti per i quali sono presenti i referenti e poi per area geografica. Invitiamo: Toni Peratoner (rete di Udine) per il progetto “Remigio Colombo”, in Brasile; Agnese Manca (rete di Roma) per il progetto “Case Verdi” in Palestina; Mauro Gentilini (rete di Roma) per il progetto “Dario Canale”, in Italia; Maria Rita Vella (rete di Noto-Avola-Pozzallo) per il progetto “Mesa Campesina” nella Patagonia Argentina; Caterina Perata (rete di Savona) per il progetto CEDIFOD in Repubblica Centrafricana; Fabiano Ramin (rete di Padova) per il progetto “Don Lorenzo Milani”ad Haiti; Giuliana Cioccoli (rete di Macerata) per il progetto con i prigionieri peruviani.

Progetto “Remigio Colombo”, in Brasile (rete di Udine)
Toni:
È un progetto storico, ha quasi la stessa età della Rete Radiè Resch. Il nostro referente è Giovanni Baroni. Vi leggo una lettera che Giovanni, che ha un ruolo di accompagnamento in diverse attività, ha scritto per i partecipanti al convegno:
“Cari amici della Rete Radié Resch, riuniti in questo Convegno, vi saluto e vorrei prendere un po’ del vostro tempo per farvi arrivare considerazioni e fatti da questa regione del Brasile, il Nordest, dove come sapete, viviamo e lavoriamo.
In questi ultimi anni il centro dell’interesse e le motivazioni dei contadini che fanno l’agricoltura familiare, oltre la lotta per la terra, sono indirizzate ad una adesione convinta e cosciente all’agroecologia ed alla coltivazione biologica. Questa posizione non é frutto di una moda né solamente una opzione economica per dribblare le difficoltà del commercio, ma sta diventando un nuovo stile di vita, una conversione, un riscatto dell’agricoltura praticata prima dell’avvento dei pesticidi, arricchita dalla coscienza integrata che la comunità di cui facciamo parte é anche parte della terra, che ci sta fornendo gli alimenti.
In Pernambuco ci sono centinaia di assentamentos (terre già consegnate per effetto della riforma agraria) con caratteristiche differenti. Nella regione della canna da zucchero gli assentamentos che si distinguono per il successo, per l’organizzazione, per la produzione di alimenti, sono proprio quelli che hanno aderito alla agroecologia. Chi tra di voi ha conosciuto l’assentamento di Ubú, vicino al municipio di Goiana (Pernambuco), potrebbe sentire un discorso differente, più maturo, dove l’interesse per la coltivazione e il suo risultato economico vanno di pari passo con la coscienza di dover rispettare i tempi e i modi della Madre Terra, la quale sta in sintonia con la vita e serve alimenti buoni ai fratelli.
La settimana scorsa si é inaugurato nella centrale alimentare della città di Recife uno spazio riservato ai prodotti biologici. C’é stata la presenza del governatore, del sindaco, di deputati, di autorità, ma state certi: niente del genere sarebbe avvenuto senza lo sforzo, la perseveranza e l’impegno delle varie associazioni di agricoltori che piantano in modo biologicamente corretto.
La nostra Associazione (Ama-Gravatá) da dieci anni fornisce un mercato di prodotti biologici in tre quartieri di Recife, ogni sabato durante tutto l’anno. Ma solamente quest’anno il Municipio si é accorto che esistiamo, che il nostro lavoro é di prima linea, e quindi deve e può offrirci spazi pubblici più adeguati. Nelle riunioni che teniamo a ogni seconda domenica del mese, nel distretto di San Severino, analizziamo i nostri problemi e rafforziamo le pratiche dell’agricoltura biologica. Una costruzione in corso d’opera sarà adibita all’esposizione e alla vendita di prodotti come conserve e alimenti disidratati, come pure pane e focacce. In questo mese stiamo collocando i mattoni in modo da poter cominciare a usare questo spazio comune. Una delle grandi difficoltà che il gruppo sempre evidenzia é il trasporto dei prodotti al mercato (110 km) che viene effettuato con una corriera in affitto.
A livello regionale, a fine gennaio, siamo riusciti a organizzare un incontro con la partecipazione di un centinaio di rappresentanti di comunità che praticano l’agricoltura biologica provenienti da tre stati del Nordest (Pernambuco, Ceará, e Bahia). L’incontro é avvenuto nel municipio di Independencia (CE), nella scuola EFA “don Fragoso”, che voi dovete conoscere per essere da anni sostenuta dalla Rete con progetti puntuali. Come descrivere la gioia, la soddisfazione, il sentimento di fratellanza con cui le comunità visitate, in un ricco scambio di esperienze, ci hanno ricevuto, mostrando l’orto, il piccolo allevamento di capre, l’impianto di irrigazione goccia a goccia, la cisterna per raccogliere l’acqua piovana! Ed io, oltre a quelle aiuole verdeggianti, potevo vedere l’opera di Don Fragoso, vescovo di Crateus, quando negli anni settanta ci aveva chiamato per organizzare le comunità rurali, diffondere la coltivazione degli ortaggi, praticare l’associativismo, come forma primaria e essenziale per vivere la Democrazia, la Comunità e l’Essere fratelli. In quel tempo non si parlava di coltivazioni biologiche, ma senza dubbio le basi erano state rese solide per una comprensione del Mondo, della Natura, della Madre Terra.
E la Politica, voi mi chiederete? Sicuramente nelle riunioni di partito non si discutono questi temi, ed é una pena. Lì si tratta il più delle volte di come conservare il potere, di alleanze, di cariche più o meno importanti. Ma conoscendo la nostra storia, la Storia del nostro Brasile, io ancora sono riconoscente al Partito dei Lavoratori (PT), per aver costruito tappe importanti nelle conquiste popolari. Lula ha scelto di diminuire la fame in un paese ricco come il Brasile: 40 milioni o più di esseri umani miserabili oggi sentono sulla pelle i risultati di una politica, paternalistica o no, diretta in loro favore. Quello che i movimenti popolari, sindacati, movimenti per la riforma agraria devono sapere, e adesso lo sanno sempre meglio, è che la loro lotta, la loro organizzazione, i loro sogni per un mondo migliore dipendono da loro stessi. Quello che c’é di nuovo, o meglio di più consapevole, è che la politica si fa anche piantando un pomodoro o un albero o conservando una fonte d’acqua.
Alla fine voglio esprimere la nostra gratitudine a voi della Rete Radié Resch, a nome dei compagni agricoltori di Gravatá, di Pernambuco e di innumerevoli comunità del sertão; molte cose succedono anche perché la mano solidale che ci accompagna da tanti anni continua ad essere presente nella costruzione di una società umana e fraterna.
Vorrei poi ricordarvi di come mia moglie Vera si é dedicata in questi ultimi anni alla valorizzazione della identità della donna nera, nel riscatto della sua autostima, vincendo le marchiature spesso velate ma profonde, che una società schiavista ha lasciato nella sua popolazione di razza nera. Vera si é inoltrata profondamente nella cultura afro, alla ricerca della spiritualità dei suoi antenati, nella pratica del culto agli Orixás, così fortemente legati alla Natura e alla Terra, incontrando forza e un sentimento libertario per la conquista dei diritti molte volte negati nella pratica quotidiana a chi nasce nero in questo paese di mescolanza di razze e popoli.
Vi auguro un Convegno ricco di esperienze e di impegni, come un momento forte per chi fa e vive la Rete Radié Resch. Un grande abbraccio a tutti gli amici. Giovanni Baroni”.

Progetto “Case Verdi”, in Palestina (rete di Roma)
Agnese:
Il progetto è detto “Case Verdi” perché si semina nelle case, sulle terrazze, si costruiscono delle serre. Viene fatto nella parte sud della striscia di Gaza: è un luogo caldo, con poco cibo ed acqua. Le donne si sono organizzate cercando di sfruttare pezzetti di terra vicino alle case o in serre e con piccoli allevamenti.
Il progetto si rivolge a famiglie con almeno 7 figli e senza reddito, che sono i più poveri: coinvolge quindi 30 famiglie. Ci sono operai pagati dal progetto, a 14 dollari al giorno, che montano i sistemi di irrigazione. Le donne coinvolte nel progetto hanno seguito un corso tenuto da un perito agrario. Ogni famiglia si impegna poi ad aiutare un’altra famiglia, con semi e piantine o con galli e galline per gli allevamenti. Una “Associazione di Sviluppo Agrario”, in loco, segue il progetto.

Progetto “Dario Canale”, in Italia (ret di Roma)
Mauro:
Il nostro amico italo-brasiliano Dario Canale, cui è intitolato il progetto, fu vittima di spaventose torture, e si suicidò dopo essere stato rilasciato ed espulso dal Brasile dalla dittatura militare.
Si deve questo progetto all’iniziativa di Ettore Masina, che più di 15 anni fa accolse nella Rete un gruppo di medici già impegnati su questo tema in Amnesty International. Voglio leggervi alcuni stralci della lettera dell’attuale presidente dell’associazione, il Dott. Carlo Bracci:
“La tortura è una memoria che resta incisa nel corpo. L’Italia non è uno stato accogliente per chi vi emigra essendo stato vittima di torture. Lavoriamo senza appoggi, neppure quelli istituzionali e legali. L’Italia non ha ancora una legge specifica che applichi il diritto costituzionale all’asilo, così come non esiste un reato di tortura nell’invecchiato Codice Penale italiano.
Oltre al lavoro ambulatoriale, abbiamo promosso anche un gruppo di accoglienza, di sostegno, di pratica della lingua italiana e culturale. La nostra volontà è di offrire un luogo che sia riferimento aperto ed amico per le persone esiliate che vivono a Roma, ancora disorientate, sradicate e prive della sicurezza di un tetto, senza prospettive di lavoro; un luogo in cui nascano percorsi di inserimento sociale, consapevolezza giuridica ed autonomia economica”.
Il contributo della Rete è di circa 9mila euro all'anno, indispensabile per poter avere dei finanziamenti dall’ONU, che richiede che l’associazione abbia già dei finanziamenti fissi.

Progetto “Mesa Campesina”, nella Patagonia argentina (rete di Noto-Avola-Pozzallo)
Maria Rita:
A fine 2001 l’Argentina piombò in una spaventosa crisi economica e politica, frutto di una scellerata adesione al neo-liberismo e ai dettami del Fondo Monetario Internazionale: privatizzazioni selvagge, riduzione della spesa sociale, concentrazione delle risorse in poche mani. Quello che una volta era definito il granaio del mondo conobbe anche la fame in alcune sue province; molte fabbriche chiusero e molta gente non ebbe neanche il necessario. La gente, dal basso, cominciò ad organizzarsi: sorsero anche esperienze molto belle di auto-gestione operaia: ricordiamo la testimonianza dell’operaio Enrique Keller al precedente convegno.
L’Argentina di oggi pare abbia superato questa crisi: il reddito è aumentato, compresi i salari minimi; è aumentata però anche la forbice che separa i molto ricchi dai molto poveri e si sta registrando un consistente abbandono delle campagne, nonostante sembra che le esportazioni agricole vadano molto bene; il settore delle esportazioni è però caratterizzato dalla soia: questo significa diminuire la coltivazione del grano, cioè le coltivazioni per l’alimentazione umana. Qualcuno sta cominciando a definire questo “un crimine contro l’umanità”.
Nel 2005 ci scrisse padre Marcello Melani, vescovo della diocesi di Neuquen, della Patagonia argentina, per chiederci di aiutare un’organizzazione di “campesinos” (coltivatori), la “Mesa Campesina”, che si era costituita qualche anno prima grazie all’appoggio della diocesi. Si tratta di una Chiesa povera che sta a fianco dei più poveri.
Il progetto si colloca nella regione delle Ande, dove già da un secolo vivono molte famiglie di campesinos, in terre demaniali che secondo la Costituzione dovrebbero appartenere a queste persone: di fatto non ne hanno il titolo, anche se pagano una sorta di affitto.
Oggi il governo provinciale vende queste terre a persone ricche o a multinazionali, costringendo i campesinos ad abbandonare le campagne e ad andare nelle città, dove non hanno nessuna possibilità di lavoro e di abitazione.
Il senso di questo progetto è di far sì che i campesinos possano restare nelle loro terre e che venga rivalutata la piccola coltivazione, in contrasto alla logica della produzione finalizzata all'esportazione.
All’inizio del 2006 il progetto è stato approvato dal Coordinamento, iniziando poi nel luglio 2006 con un costo di soli 10mila euro all'anno.
Ai campesinos serviva soprattutto la presenza di un avvocato, che li aiutasse a rivendicare il diritto alla terra; occorreva anche che i campesinos fossero sempre più in grado di reclamare loro stessi i propri diritti, usufruendo quindi di una formazione interna. Occorreva che li aiutassimo a sostenere le spese di trasporto, perché le grandi distanze in quella zona rendevano molto difficile riunirsi.
All’inizio il progetto coinvolgeva circa 90 famiglie; ora ne coinvolge più di 150 e si allarga sempre più. È presente ora un avvocato, che è una ragazza di 26 anni e che sta dando molta speranza ai campesinos che le cose possano cambiare; in realtà è il mettersi insieme che dà speranza, perché la forza di questi contadini aumenta.

Progetto CEDIFOD, nella Repubblica Centrafricana (rete di Savona)
Caterina:
La Repubblica Centrafricana in questo momento, in riferimento agli indicatori economici, è al quintultimo posto nelle scale mondiali che amano fare gli esperti economici. La Rete nel 2003 ha scelto di mettersi in contatto con la società civile della Repubblica Centrafricana, rappresentata dal Centro di Informazione, Formazione e Documentazione sullo Sviluppo (CEDIFOD), che si trova a Bangui, che è la capitale. CEDIFOD è nato da idee centrafricane, è fatto ed animato da centrafricani, lavorando sul Centrafrica.
Nel 2003 l’ennesimo colpo di stato ha distrutto completamente il centro, ma Rete Radié Resch ha creduto nella sua ricostruzione. Nel 2006 la Rete ha aiutato e finanziato “Tam Tam senza frontiere”, un convegno internazionale di incontro con la società civile; quel “tam tam” continua a suonare.
CEDIFOD ha compiuto tanti viaggi in Italia, contattando tante Reti; nello stesso modo abbiamo fatto noi in Centrafrica.
Il Paese, dal 1960, versa in condizioni estreme, conoscendo soltanto colpi di stato e “manovre burattino” fatte dal governo francese. Questo è uno dei momenti più dolorosi. Le donne, continuando a coltivare, hanno mandato avanti il Paese, che è però comunque privo di economia.
Il popolo centrafricano mi ha chiesto di ringraziarvi molto, perché “sente” la Rete e la bandiera della pace: ci identificano con questo simbolo, che sta iniziando a sventolare sulle loro case: questo segno è importante. Grazie.

Progetto “Don Lorenzo Milani”, ad Haiti (rete di Padova)
Fabiano:
Questo progetto per noi della Rete di Padova ha rappresentato una pietra fondamentale; nel 1993-94 abbiamo conosciuto Dadoue Printemps: ci fu presentata da un frate domenicano di Haiti; la sfida di Dadoue è stata quella di lavorare prima di tutto con i bambini, e poi, attraverso i bambini, raggiungere gli adulti.
Per molti anni la Rete ha sostenuto con molta forza questa realtà sociale; Dadoue e le persone che hanno lavorato con lei sono riuscite a ricostruire un tessuto sociale in un Paese dove non esiste niente: né salute, né credito, né l’agricoltura, né l’educazione.
Abbiamo visitato più volte questa realtà, rimanendo ogni volta stupiti: con pochissimo denaro queste persone sono riuscite a ricostruire una speranza che nessun governo e nessun intervento di cooperazione internazionale avrebbero potuto fare. Ci sentiamo un tutt’uno con loro: credo che la Rete di Padova, senza la realtà che stiamo seguendo, avrebbe fatto molta meno strada ed imparato e capito molte meno cose.

Progetto con i prigionieri politici del Perù (Rete di Macerata)
Giuliana:
La situazione del Perù non è ben conosciuta in Italia. Il primo carcere, chiamato di Pietra Gorda, è un carcere duro e terribile situato a 4000 metri. Dopo tante petizioni che abbiamo fatto, hanno trasferito i prigionieri tupamaros - che non erano terroristi ma erano equiparati ai terroristi di Sendero Luminoso - da un carcere disumano ad uno con un clima più mite, con qualche miglioramento.
Il primo giudizio che questi prigionieri avevano subito era stato con giudici incappucciati, senza diritto alla difesa, per cui erano stati condannati all’ergastolo o a pene elevatissime, anche senza le prove. Caduta la dittatura di Fujimori, sono iniziati nuovi processi, con una Commissione della Verità e della Riconciliazione, riconoscendo la differenza tra Tupamaros e Sendero Luminoso: i tupamaros non sono terroristi, sono guerriglieri; in tal modo molti prigionieri sono riusciti ad avere la libertà.
La situazione del Perù è ancora terribile: continua la politica di Fujimori anche con il presidente Alan García, tutta favorevole alla politica statunitense della lotta al terrorismo. C’è anche una gran miseria nel Perù.
Queste persone, che già avevano scontato 15-16 anni prima di essere liberate, vengono ora perseguitate, non possono recarsi all’estero, nel vicino Ecuador o Venezuela, dove ci sono governanti favorevoli all’indipendenza dagli Stati Uniti e dalle dittature e dove è iniziata una democrazia partecipativa.
Uno dei prigionieri, liberato nel 2004, che riconosce l’opera d’aiuto fatta dalla Rete (invio di denaro per pagare l’avvocato, comunicazioni con lettere e scambi di informazioni) ha mandato recentemente una copia di un giornale dove si parlava del nuovo arresto di un compagno che era stato liberato, perché si era recato in Ecuador.


VENERDÌ 11 APRILE 2008
sera

Incontro con Antonietta Potente

Introduzione
Paolo d’Elia (Rete di Torino)
Antonietta Potente è teologa, è della famiglia domenicana e dal ’94 vive in Bolivia, in una comunità aperta anche a famiglie di campesinos, di artigiani e a studenti di etnia indigena; insegna presso l’Università di La Paz. È amica della Rete Radié Resch; nei suoi libri e nei discorsi mi ha impressionato il suo linguaggio, che è “multimediale”, la sua sensibilità aperta ed il suo tentativo di leggere la realtà con occhi nuovi. Il pensiero è una lotta.

Testimonianza di Antonietta Potente:
Prima di partecipare oggi, ho letto molto su tutte le realtà, come Ong e associazioni, che fanno rete. È un tema molto vasto. Vorrei darvi alcune premesse: mi sembra che questo linguaggio di “fare rete” sia diventato molto retorico: dovremmo veder come scioglierlo e come rianimarlo. Non sono qui per dare soluzioni, ma condividere un pensiero ed inquietudini profonde che abbiamo tutti noi qui presenti. L’approccio che vorrei invece condividere con voi è basato su una chiave di lettura filosofica.
Oltre al “restituire, ricostruire e resistere”, possiamo riscoprire degli altri gesti? Il verbo indica un gesto ed un gesto è qualcosa di etico: non esistono gesti neutrali, né i più intimi né i più pubblici. È una domanda aperta, che mi suscita delle inquietudini. La filosofia pura è una costante ricerca: significa “amore per la sapienza”; la filosofia ci porge un’altra domanda: non credo che oggi le risposte possano essere solo economiche, anche se possono sembrarci le più urgenti; e neanche solo politiche. La filosofia, allora, è perché c’è ancora molto da scoprire: questa energia ci potrà poi mettere in movimento per ricostruire, tessere, ma dobbiamo scoprire qual è l’impulso principale.
In America Latina partiamo sempre, nella riflessione, dal contesto. Vedremo un video di flamenco, di un famoso ballerino spagnolo. Questo video ci può descrivere un contesto. Il flamenco è una danza con una storia molto lunga: secondo alcuni comincia nel nord dell’India; in Europa si colora di toni e gesti arabi, ebrei, anche africani; quando inizia l’espulsione degli ebrei dal territorio spagnolo, un gruppo marginale, quello dei gitani, raccoglie questa danza. È quindi una danza con un gusto nomade, con molte facce e “disobbediente”, non segue logiche chiare come altri balli europei. Credo che il contesto storico possa essere evocato con questa danza. Anche il contesto in cui viviamo non ha un inizio sicuro.
[viene proiettato un video su una danza di flamenco]
Secondo lo scrittore e poeta messicano Ottavio Paz , premio Nobel nel ’91, il ritmo ha una forza etica, è uno stile. Siamo in una storia che cammina e che rivendica il suo ritmo. Oggi le ideologie e le istituzioni non rispondono ai ritmi. In questo ritmo entra poi il grido: credo che la storia sia fatta da persone che “dal profondo gridano” (come detto nel Salmo 130). Lo abbiamo ascoltato nel video del flamenco di prima: il testo diceva “Terra benedetta. Terra bruciata. Io non so. Ma quando passa la notte, spunta l’alba e diventa di nuovo giorno”. Queste poche parole sono cantate da una donna, uno dei soggetti storici che hanno sempre gridato e dettato il ritmo, mantenendo la fiamma della lotta e della sfida, contro ciò che non ha voglia di cambiare o di andare avanti , anche per paura.
Questo grido è un aspetto del contesto storico. Gridare è una posizione del “sud”, perché viene dal basso, dal di dentro. La resistenza è un grido e questo gridare fa parte del nostro contesto storico. Le donne sono soggetti storici che hanno sempre gridato e dettato il ritmo: questo grido è un aspetto del contesto storico. La resistenza è un grido e questo gridare fa parte del nostro contesto storico.
Il nome “flamenco” significa in castigliano “fenicottero”; i movimenti più originali di questa danza sono simili a quelli degli uccelli; questi movimenti sono segni di resistenza , sono il tentativo di volare. Questo battito d’ali è una forma di resistenza. La storia si comincia a fare con i tentativi; dobbiamo risvegliare in noi la voglia di provarci di nuovo. La storia non si comincia a fare quando abbiamo ottenuto un risultato.
Altra domanda è: chi sono davvero le persone che reggono la storia? Uno slogan potrebbe essere che sono i poveri. Potremmo anche chiederci: chi siamo noi? Reggiamo la storia, o semplicemente ci mettiamo di fronte, la critichiamo, non ci sentiamo parte. Se la reggiamo: come la reggiamo?
La “rete” è anche uno strumento per catturare (le reti dei pescatori, per esempio). La “rete” del ragno, pur servendo a catturare, fu studiata sin dall’antichità, ad esempio per la sua forza “proteica”. È bella, perché in un primo momento è sospesa, si slancia nel vuoto. L’idea di “rete” implica uno “stiramento”, uno slanciarsi verso l’ignoto, per avvicinarsi ad un’altra realtà. La filosofia provoca questa ricerca verso l’ignoto, verso una realtà così complessa. Credo che il titolo del convegno evochi la diversità della storia.
Sempre secondo Ottavio Paz, con il XX secolo l’arte ha avuto una svolta: l’arte moderna è “disobbediente”, lascia la teoria della prospettiva ed entra in un mondo con forme senza prospettiva. Al termine di un’analisi dei quadri di Pablo Ricasso, dice che “l’arte moderna ha recuperato aspetti che stavano sotterrati nelle macerie” ed ha scoperto che la bellezza è plurale. Credo che questo sia importantissimo: le “reti” evocano questa bellezza plurale, questa sapienza plurale, le preziosissime contraddizioni della storia.
Credo che noi, figli e figlie di una certa tradizione, siamo caduti nelle reti di una teoria della perfezione, che pur abbiamo criticato tanto in ambito religioso; invece la diversità evoca la lentezza del cammino, pur non contrario alla perfezione, verso una molteplicità di storia, una bellezza plurale. Credo questo sia un dato fondamentale.
Bellezza e sapienza sono plurali, non solo quando dialoghiamo, ma anche quando ci uniamo. Probabilmente è questa la difficoltà del “creare Reti” nella storia, perché alla fine queste Reti diventano tutte uguali. E gli strumenti che usano le Reti sono tutti uguali, con la stessa logica economica, che sta affondando tutti, preoccupati di questo linguaggio economico.
Dobbiamo invece risvegliare il pensiero: noi non dialoghiamo con dei “muri”, ma con persone che pensano. Il pensiero è un laboratorio alchemico, ma segreto. Mi piace la chiave filosofica, perché mantiene ancora dei segreti; non mi riferisco a filosofie piatte o dottrinali, ma all’amore per la sapienza e per le bellezze.
Non c’è solo la soluzione economica nella vita; c’è una soluzione economica ma elaborata da un pensiero differente, dalle categorie mentali e gestuali differenti dei popoli, che inventano dei gesti nella realtà. Molte persone nella storia hanno cercato di uscire dalla logica del “tu mi dai, io ti restituisco”.
In Bolivia un verbo usato moltissimo è “prestare”, che è un verbo bellissimo; si prestano anche le idee, il pensiero, lo spirito, la possibilità di gridare. Credo che siamo invece caduti in questa rete del calcolo, anche quando stiamo restituendo. Stiamo ora calcolando le risorse naturali, come fossero in ballottaggio: nessuno parla all’acqua come a un soggetto, come San Francesco. Per frenare gli abusi del mercato, utilizziamo lo stesso linguaggio: quantifichiamo. Riusciremo a “restituire” se avremo capito il “prestare”: credo che “prestare” sia un’intuizione bellissima. La cosa più bella che una persona può prestare credo però sia quello che “sta dentro”
È vero che la Bolivia si sta facendo “restituire” delle risorse naturali dalle multinazionali: miniere, gas. C’è però tutta la dignità nel concetto di “chiedere in prestito” e nel voler restituire, con tutto l’ingegno della capacità. Usciamo dal complesso occidentale del “dover restituire”: sono gli altri che in questo momento storico ci vogliono restituire delle cose.
Aristotele definiva la giustizia come “dare a ciascuno il suo”e San Tommaso come “dare a ciascuno quello che gli appartiene”; ci siamo però dimenticati di porre l’accento su “ciascuno”, e ciascuno ha una sua storia, profondamente complessa, piena di dettagli differenti, che comprende gli affetti; ciascuno è una micro-realtà. Anche la scienza fino al XX secolo era pensata come qualcosa che veniva a chiudere e a terminare il discorso sull’imperfezione; invece ora la scienza è entrata in questa “tela”.
La storia sta rivendicando la creatività: dovremmo lavorare di più sulla nostra creatività. Credo che anche il discorso sulla gestione pubblica o privata, per esempio delle risorse naturali, sia sterile: considera infatti le persone come fossero minorenni: qualcun’altro deve gestire per loro. Abbiamo un pensiero che ha reso le persone minorenni anche a 80 anni, e continuiamo a delegare la vita ad altre persone, dicendo che questo ci libera da un pericoloso individualismo; lo dice anche la Chiesa nei documenti ufficiali; lo dicono i partiti politici.
So che quello che dico è tutto discutibile: non ho soluzioni, ma inquietudini. Sento che avremmo ricchezze molto più belle di quelle che mettiamo in circolo e non le mettiamo in circolo per pregiudizi o blocchi nella nostra mentalità. Nessuno ha più voglia di prendere l’iniziativa.
Le risorse naturali non appartengono a nessuno e chiedono una vicinanza sapiente, perché certamente nei loro dettagli sono complesse. Credo che noi, a differenza di altri popoli, che hanno mantenuto una certa relazione con la natura, non conosciamo le risorse naturali, ma solo le loro quantità.
In questo momento dobbiamo inventare gesti, mentalità e princìpi differenti. La complessità non è confusione: evoca però una diversità, una molteplicità di elementi che rendono lenta la storia. L’urgenza non può passare sopra a tutti i dettagli della storia. Vi faccio ascoltare una canzone di Gianna Nannini: è una canzone “alchemica”: evoca l’aria, la pietra, il sole, il buio, la luna, il muro. Dice che “la prigione è il non poter vivere dentro”.
[ascolto di una canzone di Gianna Nannini].
La categoria del “segreto”, che è filosofica, oltre che antropologica e culturale, protegge la diversità ed ha protetto i popoli per tanti secoli, insieme al voto del silenzio, fatto da alcune culture per poter resistere. Credo che la “prigione” sia dover assumere sempre delle categorie quantitative della storia, che possono apparire come le uniche categorie per ricreare degli equilibri, ma che mi privano di tutto questo “segreto”, che è poi la fonte della creatività, e non del ricreare. Proviamo in questi giorni a togliere il “ri-“ e a rinascere affascinati da quello che non sappiamo e che dobbiamo ancora scoprire. “Creare” senza “ricreare; “tessere”, senza “ritessere”; “costruire” senza “ricostruire”: non è la fine delle certezze, come tanto ha paura l’Europa, che pensava di aver tutto un sistema pronto; il “costruire” non un costruire dal nulla. Dobbiamo lasciarci affascinare da quello che non sappiamo. Credo che la vita sia alchemica: contiene delle sorprese; fa degli esperimenti. L’invito è a sforzarci di cercare altre logiche, senza paura.


SABATO 12 APRILE 2008
mattina


Incontro con Dadoue Printemps e Jeannette Louis

Introduzione
Marianita De Ambrogio (Rete di Padova)
È con grande gioia che oggi accogliamo tra noi Dadoue Printemps e Jeannette Louis, che vengono da Dofiné, nella zona montuosa dell’Artibonite in Haiti dove lavorano tessendo reti di solidarietà e collaborazione e resistendo alla povertà, all’ingiustizia e alla violenza.
Dadoue Printemps non ha bisogno di presentazioni: fondatrice della scuola di Dofiné, è sopratttutto una straordinaria animatrice di comunità rurali. Ha iniziato il suo lavoro giovanissima a Dofiné, area poverissima, priva di collegamenti col resto del paese dove vivono contadini senza terra; qui – come dicevo – ha fondato una scuola primaria che, nel tempo, è diventata un centro di sviluppo umano, culturale e sociale in una zona dove l'abbrutimento portato dalla miseria è inevitabile; ma non si è limitata a fare questo: ha sostenuto e animato l'organizzazione laica locale dei contadini, che rivendica per loro la terra che lavorano e che appartiene, in gran parte, a grandi proprietari terrieri. L’impegno di Dadoue l’ha portata a dar vita ad altre comunità organizzate in altre parti del paese, creando forme di scambio e solidarietà tra i contadini poveri di differenti località.
Sono passati 12 anni da quando, il 28 settembre 1996, in questa stessa sala, Dadoue ci parlava per la prima volta di Dofiné e della sua scuola sulla montagna haitiana. Di come dal nulla era nata questa esperienza che avrebbe cambiato la vita di tante famiglie di contadini poveri e senza terra. “La scuola in tutti i paesi del mondo è la cosa più importante per tutti. – diceva allora Dadoue - Qui in Haiti la scuola è l'unica speranza per una famiglia. I familiari pensano che, nella misura in cui i loro figli sapranno leggere e scrivere, potranno sopravvivere anche se loro muoiono”. E concludeva il suo racconto dicendo: “Grazie alla scuola per bambini si raggiungeranno molte altre cose che stiamo cercando di fare nella comunità. Gli adulti con molte difficoltà arrivano a noi per riunirsi e parlare della situazione politica, economica, sociale e culturale del paese, perchè ci sia un cambiamento radicale nel proprio modo di vivere. Oggi grazie a tutti questi sforzi siamo arrivati a riunire molta gente, uomini e donne organizzati, ognuno dei quali deve riflettere sulla propria situazione, come uomini e come donne, e soprattutto su quella del paese. Con questi uomini e donne abbiamo costituito gruppi di cooperative agricole e commerciali, per non dover correre dietro alla miseria, ma per dare un nuovo orientamento. È mediante tutti questi lavori che si è formato un movimento contadino denominato FDDPA, "Forza per la difesa dei diritti dei contadini haitiani" (“Fos pou Defann Dwa Peyzan Ayisyen”); questo movimento ha il compito di aiutare i contadini nel conseguire formazione per poter rivendicare i propri diritti e lottare per un cambiamento totale della società che abbia le sue basi sulla giustizia e dove tutte le persone siano davvero persone”.
Oggi a distanza di tanti anni possiamo dire che ciò che allora stava nascendo è diventato realtà: uomini e donne organizzati in FDDPA partecipano, esplicitano bisogni e cercano soluzioni, povere ma praticabili e in grado di incidere sul contesto, nella consapevolezza delle proprie possibilità; sono riusciti a costruire scuole, organizzare piccole cooperative, recuperare la terra e, soprattutto, hanno tessuto una grande rete di solidarietà, una forza che nasce dall’unione. Nonostante la scarsità dei mezzi a disposizione, la violenza del contesto in cui vivono, l’avversità di uno Stato presente spesso solo per reprimere e le contraddizioni che devono affrontare giorno dopo giorno.
Oggi osserviamo che dal progetto originario si è sviluppato un progetto pensato e gestito dalla comunità haitiana organizzata localmente, a cui come Rete Radié Resch collaboriamo con una condivisione che va al di là del contributo economico e a cui dobbiamo dedicarci con responsabilità. Il concetto di progetto – solitamente confinato ad una iniziativa particolare – viene superato dal processo in atto di una realtà che è in continua e positiva evoluzione, pur tra mille difficoltà.
Darò ora la parola a Dadoue che collocherà la situazione di Dofiné, in cui opera accompagnando il cammino della comunità, nel contesto generale del paese, mettendo in luce la gravità dei problemi con cui devono quotidianamente confrontarsi.

Testimonianza di Dadoue
Cari responsabili della Rete, cari membri delle associazioni presenti. A nome dei bambini della scuola di Dofiné, a nome della comunità e a nome della grande famiglia di FDDPA (Forza per la Difesa dei Diritti dei Contadini Haitiani), vi saluto e vi ringrazio per questa grande solidarietà così importante che avete manifestato in particolare verso FDDPA ed Haiti.
Tutti i bambini della scuola di Dofiné, i giovani della scuola professionale e le donne ci affidano questo compito di farvi sapere che stanno bene perché vivono con dei sogni. Ora con la Rete, hanno la possibilità di andare ad imparare a leggere e scrivere.
Ogni anno il numero dei bambini in età scolare aumenta e, fino al mese di febbraio, continua ad aumentare. Non dimenticate che Haiti è un paese molto popolato e a volte non si è nemmeno in grado di soddisfare il bisogno primario di mangiare. Ora la scuola di Dofiné non riesce a rispondere alla quantità di bambini che ci sono nella zona; perciò stiamo cercando di attuare una politica di decentramento della scuola, creando altre due sezioni in altre due zone, Catienne e Nan Poste.
Questo permette:
a) un maggior numero di bambini scolarizzati;
b) che i bambini godano di maggiori comodità;
c) che i bambini non abbiano bisogno di percorrere chilometri per andare a scuola (e corrano meno rischi di incidenti durante la stagione degli uragani);
d) che abbiano molto più tempo per occuparsi dei loro campi, dei loro animali, di divertirsi e di riposare di più.
Quando in una zona non ci sono istituti scolastici, questo ha effetti negativi sull’ambiente. A questi bambini delle tre scuole di Dofiné io presto la mia voce per dire ai membri della Rete: “grazie, mille volte grazie. Non c’è dono più grande di dare ad un bambino la possibilità di istruirsi. Questi bambini vi dicono di continuare ad accompagnarli, a tenerli per mano; così saranno cittadini in grado di aiutare la loro comunità e di evitare al paese il fenomeno dell’esodo e della miseria rurale.
L’indipendenza di Haiti non è che un’ombra, non significa niente, non è reale; ormai da più anni siamo sotto occupazione di varie nazioni. Nel 2004 MINUSTHA ( la Missione delle Nazioni Unite per la Stabilità di Haiti) stabilisce il suo contingente nel paese. Dal 2004 al 2007 MINUSTHA è stato guidato da tre ufficiali, uno dei quali ha trovato la morte in circostanze che per noi restano sinora inspiegabili. Periodicamente si rinnovano i contingenti; arrivano soprattutto per aumentare le truppe già presenti nel paese.
Lo stato haitiano ha il controllo sul numero dei soldati di MINUSTHA? Ci sono molte discussioni attualmente su questa missione dell’ONU in Haiti. Alcuni dicono che essi non fanno niente nel paese, che fanno solamente i turisti (c’è un gioco di parole molto significativo, MINUSTHA = TURISTA). Altri pensano che la loro presenza sia necessaria, in quanto permette una certa stabilità politica e il miglioramento del clima di insicurezza.
Cité Soleil è la bidonville più grande del paese, dove si trovano le persone più povere e questa zona costituisce anche il bastione dell’insicurezza. Il fenomeno dei sequestri di persone (“kidnapping”) presenta la massima espansione in questa vasta bidonville.
Si sono registrati molti casi di spostamento della popolazione per fuggire le rappresaglie di MINUSTHA, che non ha fatto niente per evitare i danni collaterali nei suoi interventi. Questi interventi inoltre non concludono nulla, in quanto MINUSTHA spesso non riesce a realizzare i suoi obiettivi.
I soldati di MINUSTHA così sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani; sono stati registrati casi di stupro su ragazze e minori da parte di soldati di MINUSTHA. Le organizzazioni dei diritti umani, associazioni delle donne e il Ministero alla condizione femminile alzano la loro voce per denunciare questa situazione di caos nel paese e chiedere alle autorità dell’ONU di punire i soldati coinvolti in queste azioni. A volte esse dimostrano la volontà e buona fede nell’agire. Ma ci si può fidare di questi dirigenti?
La struttura socio-economica del paese comporta violenza. La disparità esistente tra ricchi e poveri, la miseria e la violazione dei diritti umani, queste contraddizioni sono il risultato di conflitti e violenze che coinvolgono le diverse fasce sociali. Il paese quindi sta sperimentando molta violenza, e per questo più persone hanno perso la vita.
Ecco un quadro della situazione tracciato dalla Commissione nazionale della chiesa “Giustizia e Pace”. Durante questi ultimi 5 anni almeno 3100 persone sono state uccise a Port-au-Prince a causa della situazione d violenza; 2352 persone, il 76%, sono state uccise con armi da fuoco leggere; 220, il 7%, sono state uccise con armi bianche (coltelli, machete…). Addirittura si è arrivati a chiamare alcuni quartieri di Port-au-Prince “zone di non diritto” (dove tutto è permesso).
Sia opera dell’esercito, della polizia o anche di gruppi delle organizzazioni popolari, la lotta per il controllo del potere politico dimostra che la violenza ha sempre costituito una zona scura nella storia del nostro paese. Sotto la dittatura dei Duvalier c’era un regime forte e la violenza era al centro delle azioni dell’esercito e della sua milizia. Sotto il regime di Aristide c’era uno stato debole ed erano i gruppi delle organizzazioni popolari a dettare legge nel paese. Sempre secondo “Giustizia e Pace”, si pensava di ottenere una situazione politica stabile con il commercio della droga. La droga infatti ha costituito la principale fonte finanziaria per acquisire il potere, a partire dai Duvalier fino a quelli che poi si sono succeduti.
In questa situazione di anarchia, spesso c’è il desiderio di farsi giustizia da soli, si può dunque dire che Haiti è un paese violento? Non si può negare che c’è violenza tra le varie classi sociali, tanto più in quanto la struttura sociale è costruita sulle contraddizioni tra ricchi e poveri, ma anche se si considerano i molteplici casi di omicidio e sequestro di persona di cui si è già riferito.
Provando a confrontare questi dati a quelli dei paesi latinoamericani, tenendo conto dell’inesperienza della nostra polizia e della precarietà del nostro sistema giudiziario, del traffico di droga e dei deportati che vengono rispediti dal Canada e dagli Stati Uniti, tenendo conto del comportamento della popolazione al momento delle elezioni del 7 febbraio 2006, quando sembrava ci fosse un barlume di cambiamento, tutti questi fattori ci permettono di sostenere che il popolo haitiano non è un popolo violento.
È la situazione che esiste nei fatti che porta alla violenza. La popolazione constata l’inesistenza dello Stato, che non riesce ad offrire un’alternativa a causa dell’incapacità dei dirigenti a prendere misure adeguate. Solo se ci sarà la volontà di una politica a favore delle masse, della loro educazione, si arriverà a sradicare questo male.
Senza dimenticare la violenza economica, che va di pari passo con il problema sociale del paese: una minoranza possiede il 99% della ricchezza del paese. Così la violenza politica rafforza la volontà di alcuni gruppi di controllare lo stato. Accade anche che gruppi di bande con intenzioni politiche abbiano goduto della protezione del governo e della polizia.
La violenza va di pari passo con la droga, grazie alla complicità della polizia e dei partiti politici, il che genera naturalmente la corruzione. Le autorità d’altra parte non hanno il controllo di tutto quel ch accade nel paese.
Sicurezza sociale
Accade a volte che i cittadini abbiano paura di visitare il loro paese. Le malattie a carattere psichico si diffondono sempre più. Così si registra una fuga delle persone che hanno studiato dal paese verso l’estero. Un paese come il Canada gode dei benefici di questa emigrazione.
Sicurezza economica
Non ci sono investimenti ad Haiti. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, Haiti ha perso il 5,4% della possibilità di crescita nel 2006. Questo fa sì che altri paesi traggano vantaggio dalla nostra situazione; è il caso del nostro vicino, la Repubblica Dominicana, che gode della visita di un gran numero di turisti, mentre nel nostro paese non è possibile perché non c’è nessuna sicurezza. E all’interno del paese ci si serve del clima di violenza per arricchirsi: sequestri di persone, traffico d’armi, droga ecc. Esiste anche una relazione clientelare tra la popolazione e le bande: citiamo per esempio Cité Soleil, Grand Ravine e Sous Fort (bidonville dove le bande impreversano).
Insicurezza politica
La situazione di violenza crea l’instabilità. Questa violenza genera una situazione in cui il paese viene posto sotto tutela, prendiamo ad esempio la presenza di MINUSTHA. Gli ultimi due anni sono stati molto duri per le donne. Le donne sono state il bersaglio di violenza, brutalità, umiliazioni, maltrattamenti. Quelli che sequestrano persone usano metodi terribili: strappano gli occhi, tagliano seni e teste, strappano i cuori e introducono corpi estranei nella vagina per rendere ancora più atroce lo stupro.
La nostra società è molto maschilista; spesso si pensa alla donna come a un oggetto e quindi a un sinonimo di piacere. Anche se questo comportamento è speso dissimulato. C’è tutta una serie di iniziative che incoraggiano la violenza e fa sì che la si consideri normale. Immagini di violenza alla tivù e su internet hanno conseguenze sulle menti di giovani e vecchi. Ci sono anche persone che rimangono indifferenti di fronte alla violenza, a forza di vederla troppo alla tivù e al cinema.
E tuttavia i parlamentati haitiani hanno ratificato una moltitudine di Convenzioni sulla lotta contro la violenza fatta alle donne, come la Convenzione adottata nel 1979 e applicata nel 1991, e come la Convenzione di “Belem do Para” che vuole sanzionare ed eliminare la violenza fatta alle donne, adottata nel 1994 e ratificata dai parlamentari haitiani nel 1996. Quel che constatiamo è che queste Convenzioni restano sulla carta, ma nella realtà non esistono: infatti le donne continuano a subire violenza giorno e notte.
Le donne rappresentano il 52% della popolazione haitiana, esse rappresentano la sorgente della vita, hanno il diritto di vivere, perché è un diritto sacro, ma infelicità e morte sono il loro premio. Esse sono presenti quasi ovunque nella vita sociale, politica, economica del paese, per esempio nei partiti politici, nelle associazioni delle chiese, e questo prova che nulla loro sfugge della vita nazionale. Uccidere le donne, rapirle, violentarle è fare un danno a tutto il paese.
Alla fine del 2007, Haiti ha subito 3 uragani. Il primo ha colpito in particolare il sud. Il secondo ha colpito 5 dipartimenti: Ovest, Nord, Nord-Ovest, Centro, Nord-Est. Il terzo ha avuto conseguenze su tutti i 10 dipartimenti del paese, il che ha ulteriormente contribuito a far piombare Haiti in fondo alla lista dei paesi più poveri dell’emisfero.
Malgrado tutte queste peripezie nella storia del nostro paese, noi siamo determinati e decisi più che mai ad andare avanti insieme lavorando per costruire una società fondata sui diritti e la giustizia. Così noi salutiamo ancora una volta tutti i responsabili della Rete e tutti i suoi membri, tutti gli amici che ci aiutano e sono solidali con la scuola di Dofinè. Ricevere questo invito per noi è stato un grande piacere. Speriamo che la nostra relazione duri sempre. Noi diciamo alla Rete di resistere e di non venir mai meno in questa nobile lotta che porta avanti. Grazie!

Marianita
Ringrazio Dadoue per averci dato importanti elementi per conoscere e comprendere la situazione di Haiti, paese invisibile e dimenticato dai nostri media.
Vorrei ora presentare Jeannette Louis, una contadina, madre di 5 figli, che è una delle responsabili delle donne di FDDPA, che si occupa anche della cooperativa delle donne alla cui nascita abbiamo contribuito fornendo, con l’aiuto di altre realtà di Padova, un piccolo capitale iniziale.
Abbiamo conosciuto Jeannette nell’ottobre del 2005 a Dofiné dove, insieme ad altre attiviste, animava un’assemblea a cui partecipavano centinaia di donne provenienti da tutta la zona. L’assemblea iniziava con un canto ritmato dai tamburi. Questo canto dice: “Donne contadine alzatevi in piedi: alle donne non è data la parola, alle donne non è data la libertà. Donne contadine in piedi, prendiamoci la libertà, lavoriamo e lottiamo insieme”. Anche oggi, Jeannette, inizierà la sua testimonianza intonando questo canto. Do quindi la parola a Jeannette.

Testimonianza di Jeannette
Grazie per la partecipazione e la solidarietà. Anche il vostro aiuto economico ci ha permesso di andare avanti. Riusciamo ora ad essere autonome economicamente, andiamo al mercato, vendiamo i nostri prodotti e possiamo utilizzare i proventi per la famiglia.
La nostra cooperativa è formata da 20 gruppi ed ogni gruppo ha 10-12 donne; le decisioni sono prese insieme da un Comitato di donne, che poi riferisce all’assemblea generale. La cooperativa ha permesso alle donne di uscire di casa e di diventare autonome: esse vanno al mercato, fanno commercio, lavorano. I profitti vengono divisi in 3 parti: una per la famiglia, una in banca, una per continuare le attività commerciali.
Io intreccio fibre vegetali realizzando stuoie, panieri e ceste, che poi porto al mercato a Verrettes (capoluogo della zona a 2 ore di cammino). Le donne si interessano inoltre ai problemi della comunità, come costruire una scuola per i bambini; uno dei loro sogni è costruire un mulino per il mais e il sorgo, che possa evitare loro di fare un lungo cammino fino a Verrettes, portando sulla testa il sacco dei cereali, per farli macinare. Le donne lottano e cercano solidarietà per realizzare questi progetti.
Abbiamo anche aperto dei negozi comunitari, dove portiamo i generi di prima necessità, che distribuiamo poi alla popolazione; distribuiamo la semente (mais, fagioli, sorgo) ed immagazziniamo una parte del raccolto per usarla in futuro. Abbiamo anche fatto dei forni per il pane, che in montagna non esistevano, ed abbiamo creato dei posti di controllo per la salute, poiché mancava il servizio sanitario. Coltiviamo insieme degli appezzamenti di terra con ortaggi e soprattutto il crescione, molto ricercato in città.
Alleviamo animali: polli, oche, capre, maiali. Tutte queste attività hanno cambiato la vita delle donne.
Grazie per avermi ascoltata. Continuate ad ascoltarci. Grazie al vostro aiuto siamo arrivati a questi risultati: vogliamo continuare a stare insieme. Finirò con un canto, che dice che le donne sono il centro della vita: senza le donne la lotta non può riuscire. Onore alle donne!

Dibattito con Jeanette
D: E gli uomini? Le associazioni di uomini?
R: Molti uomini sostengono le organizzazioni contadine. Però spesso vogliono gestire il potere da soli.
D: Oltre alle scuole primarie, ci sono buone possibilità di proseguire gli studi o solo pochi privilegiati possono arrivare a questo?
R: La scuola superiore è accessibile solo a chi ha delle possibilità finanziarie. La FDDPA, se dispone di borse di studio, cerca di mandare avanti i ragazzi, permettendo loro di frequentare le scuole superiori. Non però di andare all’Università.
D: Viene fatto qualcosa per accogliere e formare anche giovani uomini?
R: FDDPA è un’organizzazione mista. Accogliamo giovani, vecchi, uomini e donne. Mettiamo l’accento sulle donne, perché le rivendicazioni delle donne sono molto giuste e perché le donne lavorano il doppio dei maschi!
D: Dadoue è una suora laica. Per la gente del posto è importante questa scelta che lei ha fatto? Come mai è suora laica ma lavora così tanto a contatto con la popolazione? Com’è la Chiesa dove lei lavora?
R: Sono membro dell’Istituto Secolare Domenicano di Orleans; all’inizio ero chiusa dentro un convento, dove pregavo e mangiavo due volte al giorno: mi sembrava sbagliato, sapendo che sulle montagne la gente moriva di fame. Nel convento c’è tanta gente che sa fare tante cose: mi sentivo totalmente inutile; sulle montagne c’era invece tanto lavoro da fare e avrei potuto rendermi più utile. A Dauphiné c’è una Chiesa tradizionale; per i contadini è meglio costruire una Chiesa popolare, ecumenica, per cattolici, protestanti, vuduisti , perché Gesù è venuto per tutti e non solo per i cattolici. La Chiesa tradizionale inoltre è maschilista: le donne sono escluse.
D: Molti giovani haitiani emigrano verso gli Stati Uniti. C’è una solidarietà di ritorno, tra loro e il loro Paese?
R: C’è molta comunicazione tra haitiani negli Stati Uniti e haitiani rimasti nel loro Paese.
D: Ci può raccontare del problema dell’acqua? Volevo anche ricordare che lei ha fondato una scuola intitolandola a Padre Ezechiele Ramin, missionario padovano ucciso in Brasile 25 anni fa.
R: Haiti ha poca acqua; le piogge ci sono solo per 2-3 mesi all’anno. Bisogna camminare ore per andare alle sorgenti a trovare acqua. Bambini piccoli a volte muoiono di sete. La Rete Radié Resch ci ha donato delle somme per acquistare cisterne per la raccolta dell’acqua piovana: questo è molto importante per noi, nelle zone di montagna dove non ci sono sorgenti. Per quanto riguarda la scuola intitolata a Padre Ezechiele Ramin, essa è sulle montagne, in una zona abbastanza lontana da Dauphiné. Padre Ezechiele Ramin ha lavorato molto con i contadini poveri e con i bambini.
D: Mi sembra che il riferimento per molti haitiani siano gli Stati Uniti, dove predomina la proprietà privata e non esiste il concetto di terreni messi in comune. Come mai non si preferisce un contatto con Cuba, che per l’educazione e la cultura può insegnare molto, soprattutto rispetto agli Stati Uniti?
R: Io sono nata a Mont Saint Nicolas, che si affaccia sul Canale dei Venti, e si trova a 45 minuti da Cuba. Mio nonno è morto a Cuba prima della rivoluzione; a Cuba compravamo il cibo per il mercato; ora non possiamo entrarci, non ci danno il permesso. Ora a Cuba ci vanno i turisti, le persone con i soldi, non i contadini, che non possono quindi godere dei benefici di chi vive a Cuba.
D: Il clima di insicurezza e di violenza di cui hai parlato si è limitato solo alle grandi città, oppure è arrivato anche in montagna? Questa azione rivoluzionaria di educazione dei bambini e coscientizzazione delle donne, che fate in montagna, vi mette in pericolo di vita?
R: Dipende: a volte c’è insicurezza anche in montagna. Ora c’è carestia: sono aumentati molto i prezzi dei beni di prima necessità ed i contadini non sono in grado di acquistarli: questo crea una forte tensione. Chi difende i contadini è sempre in pericolo, perché chi ha il potere vive sfruttando i contadini.
D: C’è speranza per i contadini senza terra di ottenerla? E noi cosa possiamo fare?
R: La terra è dei contadini: bisogna lottare in ogni modo per recuperarla. Alcuni sono morti, altri sono in prigione: li stiamo assistendo con avvocati, ma dobbiamo proseguire in questa rivendicazione della terra. Abbiamo bisogno di soldi, della vostra solidarietà.
D: Come funzionano le vostre scuole? Quanti classi ci sono? Quanti bambini per classe?
R: Cominciamo alle 8 di mattina e finiamo alle 13, ma nella stagione delle piogge gli orari cambiano. Abbiamo una classe pre-scolare, fino a 7 anni. Normalmente ci sono 15 bambini per classe, ma in una classe a Dauphinè abbiamo fino a 50 bambini, perché non abbiamo mezzi per costruire più classi. A volte i bambini non hanno posti per sedere correttamente, e devono sedere su stuoie. Il francese è la lingua ufficiale e la insegniamo, oltre al creolo, che è parlato nelle famiglie. Insegniamo matematica, lettura, grammatica, scrittura, igiene, educazione civica, con libri. Facciamo biglietti con la palma di banano: il ricavato della loro vendita contribuisce al mantenimento. Sono biglietti per compleanni, matrimoni ed altre circostanze.

Canto ora una canzone triste ma che amo molto, che parla del Mont Saint Nicolas, dove gli Stati Uniti vorrebbero disporre di terreno per una base militare. Voglio quindi rivendicare la nostra indipendenza e libertà da intromissioni straniere


Incontro con Luisa Alfaro

Rita Vella (Rete di Noto):
Nel 2006 è iniziato il sostegno della Rete di Noto-Avola-Pozzallo al progetto “Mesa campesina”. Luisa Alfaro è nata a Pichi Neuquen, sulla Cordigliera del Vento, a 1500 metri di altezza sul livello del mare; lì vive e lavora nei campi, insieme alla sua famiglia; la sua casa non ha corrente elettrica. Fa parte della “Mesa Campesina”, associazione di contadini e piccoli allevatori della zona andina. I componenti della sua comunità l'hanno scelta secondo un processo di democrazia dal basso, che essi praticano come stile di vita e di lotta.

Luisa:
Per me è un piacere essere qua. Nel 1997 ho iniziato a partecipare alle riunioni della “Mesa campesina”: abbiamo imparato a non temere di parlare in pubblico. Partecipano piccoli allevatori e agricoltori. Reclamiamo la terra, che viene sottratta per riforestare la zona. Una lotta è stata contro un avvocato che aveva acquistato delle terre; un avvocato ci sta insegnando come affrontare queste situazioni.
Nelle riunioni generali all’inizio eravamo poche persone, ora siamo molti di più. Dobbiamo percorrere 150-160 km per arrivare ai luoghi di riunione e non abbiamo mezzi di trasporto adeguati. Inoltre gli uomini praticano la transumanza: partono in primavera con gli animali e tornano in autunno; le donne invece coltivano la terra nelle serre. Però i latifondisti stanno recintando i pascoli e diventa difficile portare gli animali a pascolare: abbiamo organizzato una carovana di allevatori per raggiungere l’Ufficio delle Terre e protestare. Non abbiamo però ottenuto una risposta positiva. Avremmo quindi bisogno dell’avvocato per altri anni.
C’è anche un Gruppo di Diffusione che vende magliette ed adesivi sia per promuovere la nostra lotta che per raccogliere fondi. Un altro gruppo si occupa di progetti di credito, per realizzare rifugi per animali in inverno. Un altro organizza gli spostamenti sia locali sia verso altri Paesi: senza questo gruppo, inoltre, non sarei potuta essere qui; un altro si occupa della difesa della terra, dei sistemi di irrigazione per i campi.
Pur non avendo a volte un titolo legale di proprietà delle terre, noi viviamo e coltiviamo da sempre queste terre. Tra uomini e donne c’è molta collaborazione ed i nostri uomini non sono affatto aggressivi. Mi scuso di non esser brava a parlare perché sono una contadina che ha studiato poco.

Dibattito con Luisa
D: Quali tappe hai percorso per imparare a parlare in pubblico?
R: Mi è costato molto imparare a parlare in pubblico: la gente del campo è timida per queste cose. La visita di Maria Rita, che ha affrontato un lungo viaggio, mi ha aiutato.
D: Quando ti hanno scelto per venire qua, come hai reagito? Come hanno reagito i tuoi amici di lotta?
R: È stato molto bello, ma all’inizio e non avevo il coraggio di lasciare mio figlio di 8 anni, che mi è molto attaccato, e la mia famiglia e mia madre. Un mio compagno che mi ha aiutato a preparare il viaggio aveva paura anche che io non parlassi, una volta qui tra voi!
D: Visto che vieni dalla zona del Neuquen, dove c’è una discreta percentuale di indigeni, avete qualche rapporto con le comunità mapuche della zona?
R: No, non per volontà, ma dovuto alle distanze.
D: Come funziona l’organizzazione della Mesa campesina?
R: Siamo organizzati in 12 zone: ci riuniamo una volta al mese; sempre una volta al mese c’è anche una riunione generale nella quale si parla di tutti i progetti che si fanno nella zona, cercando di capire le cose positive che si stanno facendo. Nelle riunioni di zona si sta insieme tutto il giorno, parlando e discutendo dei progetti. Ci sono quattro gruppi : terra e acqua; diffusione; credito; organizzazione. Alla riunione generale partecipa una persona per ognuno dei quattro gruppi delle zone. La riunione dura un giorno, ma un giorno in più occorre per raggiungere il luogo della riunione; si utilizza anche l’auto per andare alle riunioni generali, mentre andiamo a cavallo alle riunioni di zona.
D: Quanti campesinos hanno la terra e quanti sono ancora senza terra?
R: Tutta la vita abbiamo coltivato le nostre terre. Non so dire quanti campesinos abbiano il titolo di proprietà; però sono 150 le famiglie del nord di Neuquen che stanno lottando per avere la proprietà delle terre che coltivano. In Patagonia si stanno piantando dei pini, per esempio per produrre cellulosa per la carta igienica: questo distrugge anche il sistema locale. Alcune zone sono state riforestate e prese ai contadini da parte del governo centrale: i contadini in alcuni casi non sapevano reclamare; in altri casi sono stati ingannati.
Abbiamo ora un po’ perso la paura di reclamare quello che ci spetta.
D: Che relazione c’è tra la lotta degli indigeni mapuche per la terra e la vostra?
R: Tra noi e i mapuche c’è una forte relazione: entrambi siamo dei gran lavoratori, sia nel coltivare la terra che nel tessere o nel produrre pantaloni con il cuoio degli animali, per ripararsi dal freddo.
D: Cosa allevate e cosa coltivate?
R: Ogni famiglia alleva 50 vacche, 200 capre, 50 pecore. La carne è il nostro alimento. Solo per tre mesi all’anno possiamo coltivare la terra: patate, mais, lattuga, fagioli, piselli. Dobbiamo comprare zucchero, farina. Coltiviamo il grano, ma non per produrre la farina, ma come fosse riso, macinandolo e tostandolo.
D: In Nicaragua il governo sta dando nuovamente le terre ai contadini: abbiamo un progetto, inserito nelle “via campesina”, collegato con progetti analoghi in Bolivia, Venezuela, Ecuador. Avete rapporti con altre esperienze di lotta, almeno in Argentina?
R: L’Equipe pastorale della diocesi ha contatti anche con i “sem terra”. Io però non ne so tanto: so che ci sono stati contatti con altri gruppi in Argentina, come quello della città di Mendoza, che è molto avanti ed agguerrito.
D: Avete il progetto di formare cooperative?
R: Sì, abbiamo tanti progetti comuni, ma il primo problema è il titolo legale di proprietà. Anche mio padre sembrava aver perso tutto: ha evitato questo con l’intervento dell’avvocato. Ottenuto il titolo, vogliamo tenere la terra, non venderla, ed anche condividerla con le famiglie. Abbiamo anche un progetto di riforestazione di 1700 ettari con alberi autoctoni, in un terreno da dove 400 famiglie erano state scacciate e che ora possono tornare.

Intervento della rete di Mogliano Veneto in memoria di p. Sergio Tonetto

Vogliamo ricordare Padre Sergio Tonetto, umile missionario in Amazzonia da 30 anni, morto di tumore il gennaio scorso, che aiutava i contadini con passione. Aveva ottenuto un riconoscimento dagli avvocati del Parà per la sua lotta a fianco dei contadini per avere la terra. Negli ultimi 3 anni ci sono stati 30 martiri in questa lotta del “Progetto Virgilio”.

Saluto di don Renzo Rossi

Don Renzo Rossi nella storia della Rete Radié Resch è stato il referente che ci ha permesso la solidarietà a favore dei detenuti politici della dittatura brasiliana negli anni ’70: il suo coraggio e la sua instancabilità hanno sostenuto una testimonianza tra le più ardue e feconde.
Don Renzo:
Ho vissuto da vicino dal 1970 al 1982 l’esperienza nelle carceri politiche brasiliane sotto la dittatura. Voi amici della Rete siete stati importanti per il mio Brasile, anche nei progetti di coscientizzazione dei contadini di Salvador Bahia. Specialmente l’amicizia di Ettore Masina è stata per me fondamentale: lo conobbi nel 1970: lui era già famoso per i suoi articoli su “Il Giorno”; aveva anche cominciato a lavorare in televisione. Fino ad allora la Rete lavorava soprattutto in favore di palestinesi, che sono stati sempre il grande amore di Ettore. Quando lo andai a trovare a Roma nel 1970 gli chiesi: perché la Rete non potrebbe estendere la sua attività anche alle carceri politiche brasiliane? Auguri Ettore per i tuoi 80 anni e grazie!


SABATO 12 APRILE 2008
pomeriggio

Incontro con Eufrosine del Comitato “No Dal Molin”

Eufrosine
Da due anni ci stiamo impegnando per un obiettivo che non è solo contro la costruzione della seconda base americana al Dal Molin, a Vicenza, ma è anche che questa seconda base non venga costruita in nessun posto e mai. Il nostro motto è: “quando si sogna in tanti, è la realtà che comincia”. Vivo costantemente la realtà del presidio, che è aperto giorno e notte con turni costanti.
Vi mostro un video su “No Dal Molin”: le forze armate americane sono presenti a Vicenza da più di 50 anni. Vi si riunisce la 173a Brigata Aviotrasportata, trasferendola dalla Germania: Vicenza, patrimonio Unesco, diviene la più grande base americana in Europa. Il Dal Molin è un piccolo aeroporto di Vicenza, avamposto per trasferire poi le forze aeree ad Aviano, per partire verso le missioni di guerra all’estero. Parliamo di un'aerea di 440.000 metri quadrati su una delle falde acquifere più importanti d’Italia (4 miliardi di metri cubi): chi potrà controllare se loro scavano dei pozzi ed inquinano la falda? Per trovare acqua pura bisogna andare già ora a 180 m di profondità. Questa falda d’acqua alimenta Vicenza, Padova, Rovigo e Venezia.
Nel gennaio 2007 Prodi ha dichiarato che la Base si poteva fare. Abbiamo occupato un giorno e mezzo la Basilica di Vicenza; un altro giorno la Prefettura. Teniamo rapporti con realtà in Italia che si muovono in realtà simili alle nostre. Due anni fa abbiamo fatto un patto di “mutuo soccorso”: noi siamo nati con un grande supporto della Comunità della Valsusa. C’è un sito internet dove le associazioni si possono registrare. A Vicenza c’è un altro presidio che lotta contro una zincheria che inquina il territorio, con situazioni violente. Siamo anche in contatto con le realtà europee; a dicembre dell’anno scorso si è svolta una tre giorni europea. A ottobre ci sarà un convegno internazionale a Vicenza delle realtà che lottano contro la guerra in Europa.
Il nostro impegno è di 24 ore su 24 e possiamo essere svegliati in qualsiasi momento, ad esempio se arriva la Digos. Siamo convinti che la Base non si farà e che l’informazione convincerà le persone. Il nostro presidio si fida solo di se stesso, non dei partiti politici. Avremo davanti tempi lunghi, ma ce la faremo!
Ci anima la logica della non-violenza. A Vicenza una gran parte di persone è favorevole alla Base, ad esempio per il lavoro dei civili nella Base. Esiste però una norma italiana per cui il 41% dei costi del mantenimento della Base è a carico dello Stato italiano; in più la Base ha una serie di agevolazioni e non paga le tasse. Anche industriali, costruttori e direttori di banca sono favorevoli alla Base americana: c’è un interesse economico.
A Vicenza da tre anni c’è anche la Gendarmeria Europea, del G8. Ci accusano di anti-americanismo: ma noi abbiamo tanti amici tra gli americani, per esempio le donne che a Washington protestano contro le Basi che sono là. Noi siamo contrari alla guerra: “Se vuoi la pace, prepara la pace. Se prepari la guerra, la guerra la farai”. Vi leggo un brano di un libro su un soldato americano che ha disertato in Iraq, rifiutandosi di fare al popolo iracheno cose disumane: ora chiede asilo politico in Canada per lui e per la sua famiglia.


Incontro con Coumba Mbaye

Caterina Perata (rete di Savona)
Coumba è una donna del Senegal, musulmana molto praticante, sposata, che non vede il marito per 11 mesi all’anno, perché lui è a Marsiglia a lavorare. Vive in un villaggio 25 km a nord di Dakar, dove siamo stati ospiti: è pienamente integrata nel quartiere, dove fa parte di un’associazione. Lavora a Dakar come amministrativa all’Università, dove fa parte di altre due associazioni. Non ha figli, ma ci ha detto che per lei questo non è un problema, perché con lei vive una nipote, che ha allevato da quando aveva un anno e ha fatto studiare: è stata come un’adozione per lei. Ci ha anche detto che i suoi studenti sono per lei come dei figli: anche il fine settimana la chiamano sul cellulare, se hanno dei problemi.

Testimonianza di Coumba
Saluto tutti i responsabili e componenti della Rete Radié Resch. So che con le persone della Rete esiste la condivisione: ho molto imparato dalle persone della Rete. Sono felice di essere qui e sono affascinata dal vostro modo di lavorare.
Il mio ruolo nella società civile senegalese è di essere, con il mio servizio, il più possibile utile dove mi trovo, nella mia famiglia, nel mio quartiere, nell’Università, nelle associazioni. All’Università ho un ruolo di mediazione tra gli studenti e gli insegnanti: accompagno gli studenti in tutto il loro percorso scolastico. Ho anche un ruolo di mediazione per gli studenti che vengono dall’estero, che sono molti. Per tutti gli studenti sono come la loro mamma.
L’associazione, che vive di auto-tassazione mensile, ha costruita una mensa all’Università di Dakar; abbiamo cominciato ad organizzare seminari ed incontri.
Nel costume e nella religione musulmana la donna è considerata al di sotto e dietro l’uomo. Molte donne nelle zone rurali sono analfabete: sono costrette a lasciare la scuola il prima possibile, per sposarsi. Le donne senegalesi non sono affatto indipendenti o autonome economicamente. C’è anche il problema della poligamia: per tradizione, l’uomo può sposare fino a quattro donne, che vivono nella stessa casa e non hanno il diritto di consenso ai matrimoni.
Oggi la donna africana e senegalese sono presenti nella microfinanza, nei mercati, nel commercio. Un italiano, Luigi Tonti, nel XVIII secolo inventò un metodo che le donne ora seguono, chiamandolo “il metodo Tonti”: le donne si organizzano in gruppi, che si autofinanziano in soldi e in beni di consumo (olio, cipolle) e formano delle piccole “casse di risparmio”; chi ha bisogno ha poi accesso a dei finanziamenti.
In questi gruppi non c’è il problema del dialogo tra Islam e Cristianesimo: nelle associazioni ci sono tutte le religioni e non ci sono distinzioni Quando c’è festa, si festeggia tutti, sia nelle feste musulmane che cristiane: si condivide la pecora che viene macellata nella festa musulmana per la fine del Ramadan; quando c’è una festa per la Prima Comunione, tutti vi partecipano, musulmani e cristiani. Anche negli autofinanziamenti per pellegrinaggi alla Mecca o a Roma, vengono estratte a sorte per parteciparvi sia donne musulmane che cristiane!
Abbiamo beneficiato molto dell’influenza europea durante la colonizzazione: ci sono esempi storici di lotta delle donne senegalesi: nel 1820 un gruppo di donne si è organizzato per combattere contro i colonizzatori; nel 1946 c’è stata la prima donna deputato in Senegal. Un altro evento, ebbe luogo in un villaggio del sud del Senegal: gli uomini del villaggio non erano presenti ed erano a caccia; il villaggio è stato attaccato: allora le donne si sono vestite da guerrieri ed hanno fatto ritirare gli attaccanti; solo dopo gli assalitori si sono accorti di essere stati ricacciati da delle donne.
Se tutto il mondo si basasse sulla Rete, tutte le cose andrebbero meglio! Questo è secondo me il modello a cui rifarsi.

Caterina
È stato negato il visto e la possibilità di essere qui a Yvonne e Angelique, della Repubblica Democratica del Congo, ed a Flore Kerehane, della Repubblica Centrafricana. È stato loro negato il visto, tra mille difficoltà diplomatiche, senza esclusione di colpi, purtroppo, anche da parte delle autorità religiose, impedendo così loro di essere in tempi reali qui.
Faremo comunque un'intervista simbolica, nella quale Coumba porrà loro delle domande:
D: Chi sei tu, Flore?
R: Ho 35 anni, sono maestra al Centro di Promozione Femminile, sono sposata ed ho 3 figli.
D: Flore, perché non sei presente a questo incontro?
R: I motivi sono molto gravi; da tanti anni il mio paese conosce la guerriglia ed i colpi di stato; i soldati ribelli, nel 2003, hanno distrutto il mio paese. Quest’anno hanno fatto saltare i ponti di collegamento e il mio paese è isolato. Avere il visto per noi centrafricani è difficile, richiede mesi di tempo: per questo non sono arrivata.
D: Quali sono le tue attività attualmente in Centrafrica?
R: Sono responsabile del laboratorio di cucito del Centro di Promozione Femminile. Le ragazze confezionano gli abiti, li vendiamo e con il ricavato finanziamo la scuola. Tengo la cassa e vado al mercato.
D: Com’è la tua situazione attualmente in Centrafrica?
R: Vivo senza sapere cosa succede di ora in ora. La situazione politica è instabile. La scuola è un punto di riferimento, ma i genitori dei bambini non coltivano più la terra. Il villaggio èstato bruciato diverse volte. Viviamo nella paura.
D: Qual è la situazione della donna in Centrafrica?
R: La strada verso impieghi di responsabilità è molto più dura che per gli uomini. Negli ultimi 20 anni il Paese non ha avuto pace ed il cibo scarseggia. Spesso i nostri mariti si lasciano andare ad abuso di alcool e all’abbandono del lavoro nei campi.


Incontro con Mustafà Qossoqsi, palestinese israeliano

Presentazione
Dino Poli (rete di Verona)
Mustafà è un palestinese che ha studiato a Roma e parla bene l’italiano; è psicologo ed opera nella cura dei traumi di guerra dei bambini. Voglio solo sottolineare una frase di Mustafà: “Tutta la mia vita come palestinese in Israele è stata segnata dal trauma del disconoscimento, dal quale è nata la mia ricerca di un’identità palestinese. La scelta del dialogo è conseguente: nasce dalla convinzione che un’identità sana non può essere fondata sulla negazione dell’identità altrui, compresa quella dello Stato di Israele. Troppo spesso, invece di dialoghi, palestinesi e israeliani hanno fatto lunghi e appassionati monologhi”.
Abbiamo conosciuto Mustafà a Verona attraverso il progetto “Fiori di Pace”, che ha lo scopo di far vivere insieme, portandoli in Italia, piccoli gruppi di ragazzi palestinesi e israeliani, che altrimenti non si potrebbero incontrare, in modo che possano anche dialogare sul conflitto.

Testimonianza di Mustafà
Grazie dell’invito. Vorrei citare un breve romanzo palestinese, si chiama “Uomini al sole”, che racconta la storia di tre profughi palestinesi che negli anni ’50 provano ad attraversare il confine dall’Iraq al Kuwait, in cerca di vita migliore. Non possono farlo in modo ufficiale, ma clandestino: si accordano con un autista di autocisterna che li nasconde nella cisterna del suo camion per far passar loro il confine. Al confine, però, le cose vanno per le lunghe, ed i tre profughi muoiono nella cisterna. Allora l’autista grida al cielo: “Perché non avete bussato sulla cisterna! Perché avete accettato di morire in silenzio?”. Penso che promuovere il dialogo sia un modo di bussare sulla cisterna, nella quale ci siamo tutti, non solo i due popoli in conflitto in Medioriente. Rimanere in silenzio significa scegliere di morire.
Non voglio fare una retorica romantica del dialogo, che è complicato: va fatto a cuore aperto ma senza nascondersi e senza facili compromessi: occorre riconoscere anche l’altro nel suo dolore, pur senza voler fare simmetria continua tra i dolori: spesso c’è infatti competizione tra vittime, nella quale non ci sono vincitori.
Nel progetto “Fiori di Pace” i ragazzi palestinesi e israeliani che vengono fatti rincontrare in Italia non si conoscono se non per stereotipi negativi: i palestinesi sono considerati terroristi e gli israeliani soldati invasori che distruggono e controllano la vita, il tempo, le speranze e la libertà di movimento dei palestinesi. Questi ultimi 8 anni di Intifada, dopo la breve primavera degli anni ’90 con gli accordi di Oslo, sono stati molto duri e sanguinosi.
I bambini palestinesi coinvolti nel progetto vengono da una città roccaforte della resistenza palestinese, nella Cisgiordania, nella quale c’è anche un campo profughi e che è bersagliata dall’occupazione israeliana.
Da parte israeliana ci sono gruppi misti, ebrei ed arabi: in Israele c’è infatti una minoranza importante di circa un milione di arabi: i palestinesi rimasti in Israele vivono ufficialmente con pari diritti, riconosciuti dalla legge, ma subiscono molta discriminazione: cercano comunque di guadagnare terreno usando i mezzi democratici israeliani, pur con i dubbi su questa democrazia.
Sono quindi tre i gruppi di ragazzi: palestinesi di Israele; palestinesi della Cisgiordania ed ebrei di Israele. La sofferenza ora non è simmetrica: in Palestina c’è molta più sofferenza: gli israeliani dispongono infatti di molta più forza. La paura è però simmetrica: tutti e due i popoli sono post-traumatici e vivono di memorie traumatiche; l’identità dei due popoli è stata fondata nel trauma: per i palestinesi il trauma del crollo della loro società nel ’48 (la Nakba); per gli ebrei, prima il fallimento della migrazione in Europa e poi la Shoah.
Nei disturbi post-traumatici, il presente non diventa mai passato; il trauma si ripete all’infinito e diventa difficile riprendere il controllo della vita normale. Le esperienze di dialogo hanno l’obiettivo di “attivare” l’idea di futuro, mentre nel trauma non c’è più l’idea che la situazione possa cambiare.
Questi ragazzi, raccontandosi in maniera franca ed ascoltando l’altro in modo empatico, riconoscendosi come “umani”, al di là dell’etichetta di “nemico”, possono fare un primo passo fuori dal trauma: loro stessi ci raccontano questo.
Vediamo l’esperimento, raro in Israele, di una scuola frequentata da arabi ed israeliani. Vediamo anche l’esempio di una ragazza palestinese che non ha mai incontrato una ragazza israeliana, ed ha paura dell’incontro, ma allo stesso tempo è incuriosita; stessa situazione è descritta da una ragazza israeliana, in rapporto all’incontro con una ragazza palestinese. Entrambe sanno che sarebbe possibile diventare amiche, se si parlassero. Dopo l’incontro, le impressioni dei giovani descrivono una esperienza incredibile, il desiderio di pace e la tristezza che questo finisca ritornati in Palestina, a Jenin o in Israele.
Il lavoro con i gruppi ha una valenza terapeutica: il racconto che i bambini fanno dei dolori subiti, racconto fatto alla parte che ha inflitto questi dolori, rende questi bambini più forti. Anche l’ascolto empatico serve spesso a superare le legittime diffidenze.
I genitori di questi ragazzi mandano i loro figli, ma il progetto è di 10 giorni: tornando nella loro realtà, le difficoltà sono però molte. Tuttavia non esiste l’ora propizia per il dialogo e comunque ha più senso adesso, anche se è una situazione difficile. È un cambiamento lento, ostacolato dalla realtà: ma continua ad aver senso proseguire.
Oltre che a Verona, questa esperienza si conduce anche in altre città italiane; abbiamo avuto circa 140 ragazzi e ragazze palestinesi ed israeliane coinvolte; anche ragazzi italiani, che partecipano ad alcuni workshop, sono venuti a contatto con un modo non-violento di trattare i conflitti. I ragazzi italiani, inoltre, offrono il “contenitore”, lo “spazio che protegge”, che è necessario per creare questo tipo di dialogo, nel quale ci si espone e si esprimono cose non sempre facili. Penso non ci sia alternativa: siamo “condannati” alla speranza.
Vi leggo ora una poesia di un poeta palestinese molto noto, che si intitola “Pensa agli altri”.

Dibattito con Mustafà
D: È possibile oggi puntare all’ipotesi di uno Stato unico per i due popoli, avanzata in questo periodo anche da importanti storici ebrei di Israele, oppure dobbiamo continuare ad insistere sull’obiettivo di due Stati per i due popoli? Noi, che siamo per la causa palestinese, vorremmo infatti sapere per quale prospettiva lavorare ancora.
R: Una risposta precisa non è possibile. Penso però che uno Stato unico già esista, anche se basato sull’apartheid. Non vedo comunque altra soluzione che quello di uno Stato binazionale. Anche l’OLP nel 1974 aveva nel suo programma politico la fondazione di uno Stato binazionale, in cui tutti sono cittadini con pari diritti. Questa soluzione penso però che non si possa attuare finché i palestinesi non avranno un’esperienza di un proprio Stato nazionale.
D: Possiamo dire qualcosa in più sui palestinesi di Israele?
R: È vero che non se ne parla molto e molti non ne conoscono l’esistenza. In questi 60 anni hanno attraversato varie fasi: dall’iniziale completo spaesamento, sotto il regime militare di Israele, fino al ’65; dopo la guerra dei Sei Giorni in cui ha sconfitto i Paesi arabi (1967), Israele si è sentito più sicuro di sé e la “morsa” sui palestinesi si è un po’ allentata per quanto riguarda i diritti, anche se rimane la fortissima discriminazione.
D: Quanto è pericoloso il fatto che tuttora esponenti del Parlamento israeliano chiedono la deportazione di questi palestinesi nel futuro Stato palestinese?
R: I palestinesi di Israele sono sempre sotto osservazione; nel 2000 hanno mostrato il loro supporto verso la Seconda Intifada ed hanno visto uccidere 13 di loro durante manifestazioni democratiche, nelle quali la polizia ha sparato ed ucciso; non sono stati trovati i poliziotti responsabili di queste uccisioni. Già da 15 anni i palestinesi di Israele chiedono che lo Stato sia di tutti i cittadini, e non solo degli ebrei: non può esistere infatti una “democrazia etnica”. Negli anni lo spazio democratico si è un po’ allargato per i palestinesi di Israele, anche se il governo israeliano vede in modo isterico queste richieste di riformare e rifondare lo Stato.
D: Ci sono matrimoni tra palestinesi ed ebrei israeliani? Sarebbe un fattore di speranza…
R: Sono pochi; l’opinione intorno è molto ostile e rende difficile la vita di queste coppie.
D: Conosci altri progetti, con modalità simile a quelle che ci hai descritto prima, ma che si rivolgano agli adulti invece che ai ragazzi?
R: Sicuramente occorre lavorare con i politici; con i media, che spesso ingigantiscono il vissuto delle persone e creano paure. Il prossimo mese partecipo come organizzatore ad un’esperienza che si svolgerà in Giordania di professionisti di salute mentale palestinesi arabi ed ebrei israeliani, con la partecipazione di professionisti americani: si chiama “Acknowledgement Workshop” e lavora sul “riconoscimento”: la mia parte nel trauma dell’altro.


SABATO 12 APRILE 2008
dopo cena


Ettore Masina: una storia di condivisione
a cura di Ercole Ongaro
voce recitante: Roberto Carusi

Ettore è uno scrittore prolifico: i suoi articoli di giornalista riempirebbero molti volumi, i suoi servizi televisivi occuperebbero centinaia di ore, le sue circolari mensili per la Rete Radié Resch sono state 400 circa, le sue relazioni per conferenze su temi di attualità sono state centinaia, quattro romanzi, due libri di viaggio, una biografia (su mons. Romero), alcuni libri di poesie e di diari. In questi ultimi passa dalla cronaca quotidiana alla rievocazione memoriale di momenti della propria vita, dell'infanzia:

“Improvvisamente ricordo, con grande emozione, il mio primo giorno di scuola: Varese, scuola elementare di Giubiano, ottobre 1934. la maestra Marchetti ci fa uscire dai banchi sui quali ci siamo appena seduti: “Venite qui, bambini”. Davanti alla cattedra si china e con il gesso disegna sul pavimento una specie di verme. “Questa è la signora I che va a passeggio. Poiché c'è un grande sole, si mette un cappellino”; e disegna un punto sulla I. Come dimenticare quel momento? E l'odore del cuoio del mio meraviglioso astuccio e la sinfonia cromatica /sì, proprio una sinfonia!) dei 12 pastelli Faber con quel misterioso simbolo dei due martelli incrociati?
Mi prende un'acuta nostalgia per gli stupendi disegni che la maestra faceva sulla lavagna (come disegnavano bene le maestre di quel tempo!), ma soprattutto per i colori di quei disegni. Non erano mai totalmente compatti, il gessetto permetteva di intravedere il nero sottostante e questo dava alla composizione un suo aspetto misterioso che a lungo mi sembrò più bello e interessante del fondo oro delle tavolette senesi ”.

Un giorno, mentre preparavo la storia della Rete, scrissi a Ettore per chiedergli quali avvenimenti avevano preparato quell'apertura così radicale agli altri, rappresentata dalla fondazione della Rete, che ha cambiato la sua vita e l'ha portato a intersecare le vite di migliaia di persone in maniera tanto forte, tanto diretta, come neppure la professione di giornalista ha potuto fare.

“Vuoi sapere se ci furono avvenimenti capaci di preparare la mia conversione? Sì, ce ne furono. E te ne indicherò alcuni, fra quelli che io posso riconoscere come tali (ma una conversione è sempre misteriosa). Il primo fu che la mia nascita non fu felice, dal punto di vista dell'integrità fisica. Mi ritrovai, bambino di 4 anni, a sopportare un'operazione chirurgica con effetti collaterali disastrosi (una paresi facciale, risolta con terapie dolorose: così almeno le ricordo). Penso che questo mi abbia portato a una certa comprensione per il dolore altrui.
Il secondo avvenimento fu che, figlio di un ufficiale dei carabinieri, da bambino vissi quasi tre anni (1935-36-37) in Cirenaica: a Bengasi e Derna. Credo che questo mi segnò nel senso di darmi una grande voglia di conoscere il mondo nella sua vastità e nei suoi problemi; ma anche mi portò, quando diventai adulto, a rivedere con chiarezza nei miei ricordi le crudeltà di un colonialismo di cui anch'io (!) ero stato in qualche modo partecipe. Dalla pietà (ricordavo gli 'arabetti' che fuori dal mercato di Bengasi chiedevano l'elemosina a mia madre ed erano felici se lei gli affidava da portare i suoi pacchi e alla fine dava loro una moneta) passai alla comprensione della vergogna del razzismo: mi tornarono in mente certi discorsi orecchiati allora dai 'grandi' a proposito della appena trascorsa crudelissima repressione di Graziani; la segregazione fra dominanti e dominati...
Il terzo avvenimento fu che, mentre frequentavo la quarta elementare, mi innamorai dell'idea di fare il giornalista. Avvenne perché il maestro ci mandò a vedere la stazione ferroviaria e poi ci chiese di scriverne. A me disse che il mio [componimento] era pieno di 'notazione giornalistiche'. Non sapevo bene cosa volesse dire; ma in quel periodo lessi “Topolino giornalista”, la storia di un piccolo quotidiano che fa fallire una grande speculazione edilizia nonostante gli attentati gangsteristici.
Il quarto e importantissimo avvenimento fu che subito dopo la Liberazione mio padre fu catturato da una formazione partigiana 'irregolare', ficcato in un carcere e lì trattenuto da una serie di errori e di equivoci giudiziari per 8 lunghissimi mesi. Fu un'esperienza terribile per lui, ma anche per noi della famiglia: vissi quell'interminabile periodo dalla parte dei vinti. Mi rivedo davanti al carcere in coda con i parenti di criminali fascisti, mentre le feste dei vincitori (o a me pareva!) si susseguivano alle feste. Credo che imparai allora ad amare non certo i fascisti, ma gli umiliati, gli sconfitti.
Nel frattempo leggevo libri [...] alcuni mi segnarono profondamente: [...] “La battaglia” di Steinbeck (storia di uno sciopero di raccoglitori di mele), “La condizione operaia” di Simone Weil, le testimonianze dei preti operai francesi (“I santi vanno all'inferno” di Cesbron) e più avanti “Come loro” di padre René Voillaume suscitarono in me un appassionato bisogno di essere solidale con i poveri. Quei poveri che, qualche anno dopo, conobbi attraverso la Conferenza universitaria di S. Vincenzo, animata dalla FUCI di Varese, di cui divenni presidente. Mi rendevo conto, visitandoli, che essi avevano volti, sorrisi, lacrime, malattie, incapacità, virtù: non erano astrazioni. Erano creature; e non si abituavano mai – come noi borghesi amavamo credere - alla fame, agli stenti, alle ingiustizie ”.

Il sogno di fare il giornalista era diventato realtà nel giro di pochi anni. Prima un apprendistato nel quindicinale della GIAC (“Azione giovanile”), poi in un piccolo quotidiano di provincia, “Il Popolo di Milano”; era di orientamento democristiano, ma Ettore riusciva a mettere a fuoco e denunciare situazioni di degrado della metropoli, come quella scoperta in una bidonville chiamata “Porto di mare”, nome oggi di una stazione della metropolitana milanese. Poi vi fu il salto a un quotidiano importante “Il Giorno”. Ma Ettore nel frattempo aveva incontrato la persona con la quale condividere i momenti felici e difficili della vita:

“Quando avevo 25 anni e lei ne aveva 19, conobbi Clotilde alla prima riunione di un cartello di gruppetti di cattolici inquieti. Ne avevo già sentito parlare come della più attraente delle “gruppiste”, ma non l'avevo mai vista. Fu un amore fulmineo e rapace (da parte mia). Lei proveniva da una famiglia di alta cultura, antifascista (era figlioccia di Giustino Arpesani, che sarebbe diventato nel 1945 presidente del CLN Alta Italia; e in casa sua si era rifugiato padre Davide Turoldo quando era ricercato dai fascisti); un suo fratello collaborava con Aldo Capitini; una sua sorella aveva sposato in prime nozze il fratello di don Lorenzo Milani. Clotilde si occupava di un gruppo di bambine delle poverissime “case minime” del quartiere Baggio. Sbaragliai le sue molte e motivate resistenze. Ci sposammo il 5 luglio 1956 ”.

La vita di una famiglia in cui il padre è giornalista non è facile, né per la coppia né per i figli. Ettore ne è sempre stato consapevole e alla “moglie del giornalista” ha anche dedicato un divertente, commosso, articolo, pubblicato nel 1981 sul quotidiano romano “Paese sera”:

“Suo marito torna a casa, inevitabilmente all'alba. Se, la mattina, i bambini fanno un po' di baccano, come è giusto, poverelli, allora lei deve vestirli e uscire, anche se fa freddo o piove, perché lui possa dormire fino a mezzogiorno. Serate? Neppure una. Il marito esce di casa quando gli altri uomini rientrano: dunque al cinema da sole o con amiche gentili, un sorriso di simpatia alle coppie che si tengono per mano, poi il sorriso, di colpo, si trasforma in autocommiserazione e quindi in rabbia.
Non è la moglie del playboy a vivere così: è la moglie del giornalista. Se poi il marito diventa “inviato”, allora lo vede sì e no 3 giorni al mese: quando torna a casa, i bambini lo guardano perplessi: tocca a lei ricordargli che il papà esiste ancora. Niente progetti insieme, basta farne uno che subito telefonano dal giornale e lui deve partire: valanghe, viaggi papali, scontri ferroviari, congressi, tutte cose importantissime, certamente, ma intanto il bambino deve essere operato alle tonsille e il padre non c'è, e quando rientra è frastornato dallo spostamento dei fusi orari, è stanco, si lamenta della sua vitaccia. [...]
Accade che, nonostante tutto, la moglie del giornalista resista, non sballi di cervello, non scappi con un bancario, non vetrioleggi il direttore del marito. Vuol dire che è una gran donna, che ha cuore e cervello sufficienti per tener vivo un matrimonio perennemente sull'orlo della precarietà. [...]
Questo mio piccolo monumento di parole lo dedico alle mogli “resistenti” dei miei colleghi; ma anche e soprattutto a mia moglie, in occasione di una di quelle ricorrenze che, di colpo, come una mano autorevole, ti fermano e ti mettono a sedere: a pensare. Parlo delle nozze d'argento.
Più di 9.000 giorni e quanti avvenimenti, impossibile pescarli uno ad uno, sarà per la vecchiaia. Ma intanto, se ci pensi, ti accorgi che i frammenti di realtà che sei andato in giro per il mondo a vedere e descrivere è lei che te li ha ricomposti in una realtà vera: lei, quella ragazzina che un giorno si lasciò incantare dalle tue molte parole. Se ti guardi intorno, una volta tanto non fuori ma nella tua casa, scopri che quella realtà (i figli ormai grandi, e bravi, fedeltà alle idee che contano, coraggio dei sentimenti e delle emozioni, niente lussi) è come l'avevi desiderata. E lei, l'ex ragazzina, ti sembra ancora così bella ”.

Come inviato de “Il Giorno” Masina fu mandato a Roma per seguire da vicino l'evento del Concilio Ecumenico Vaticano II. Lì avvenne un altro incontro decisivo, quello con Paul Gauthier, prete operaio francese, presente al Concilio come consulente del suo vescovo e animatore di un gruppo di vescovi che volevano una Chiesa povera e vicina ai poveri. Si incontrarono nella sala stampa vaticana, subito dopo l'annuncio che papa Paolo VI si sarebbe recato all'inizio del 1964 in Terra Santa. Ettore e Paul si diedero appuntamento in Palestina, dove Ettore fu inviato per seguire il viaggio del Papa. Il 1° gennaio 1964 Masina scrisse una cronaca, pubblicata dal quotidiano il giorno seguente:

“Di tutte le persone che ho visto in Terrasanta quella che mi sembra rispecchiare con più precisione e nobiltà l'ideale cristiano è questo prete operaio francese che da 10 anni vive a Nazareth fra i poveri della città. Quasi un mese fa ero a Roma, la mattina del 4 dicembre quando Paolo VI annunciò al mondo che si sarebbe fatto pellegrino in Palestina. Padre Gauthier sorrise appena, uno di quei suoi sorrisi nella faccia severa e segnata di rughe, che spaccano di colpo ogni diffidenza. Fu allora che mi raccontò delle due lettere che 13 lavoratori arabi, ebrei e cattolici di Nazareth avevano scritto al Papa per invitarlo a venire quaggiù, nei luoghi dove Gesù volle essere un povero operaio. Adesso padre Gauthier mi accoglie sulle impalcature di una casa in costruzione. Mi ci hanno spinto, quasi portato di peso, una dozzina di piccoli arabi che lo adorano, e che lo chiamano padre con la parola ebraica “abba”. È la duecentodiciannovesima casa che Gauthier costruisce per i rifugiati arabi sulle colline di Nazareth, di fronte al Tabor, il monte sul quale Cristo si trasfigurò. Gauthier arrivò a Nazareth 10 anni fa. Aveva 35 anni, era stato professore del Seminario di Digione. [...] Nazareth era allora piena di profughi di guerra, quasi tutti arabi. Essi non avevano trovato posto nelle case della cittadina ed avevano ricominciato ad abitare le grotte della collina, come i loro antichissimi progenitori, come quasi sicuramente abitò la Sacra Famiglia. Gauthier decise di rimanere fra loro per pregare, per lavorare e per annunciare il vangelo, che fra questa gente non può non avere il significato del diritto della persona umana ad una vita meno miserabile. Trovò dei compagni, [...] così, con l'aiuto degli amici di Gauthier, sulle colline di Nazareth è sorto un villaggio con abitazioni minuscole ma dignitose ”.

Quell'incontro, a Nazareth, è stato il seme da cui è germogliata la Rete di solidarietà internazionale che porta il nome di una bambina palestinese Radié Resch, morta di polmonite in una grotta, prima di poter abitare una casa dignitosa. Quattro anni dopo, ai primi di settembre del 1968, Ettore scrisse ai “compagni” di Paul Gauthier, che testimoniavano il Vangelo di giustizia in contesti di povertà del Terzo Mondo, una lettera di bilancio di quei primi turbinosi anni di condivisione:

“Clotilde sta bene, è allegra, lavora molto con le sue traduzioni; aspetta di ricevere “Gesù di Nazareth” che padre Paul promise all'editrice Morcelliana di Brescia. [...] Vallecchi pubblicherà a fine mese “Il Vangelo di giustizia. La chiesa dei poveri dopo il Concilio”. Quanto a me [...], ho compiuto ieri 40 anni ed ho cercato di non pensare allo spreco che ne ho fatto, ma solo alle grazie che Dio mi ha dato e che devo cercare di far fruttare. Nel bilancio della mia vita ho messo al primo posto fra queste grazie l'incontro con Clotilde, con padre Paul, Marie Thérèse, voi tutti, padre Chenu e padre Diez-Alegrìa. Dalla redazione de “Il Giorno” sono passato a quella del Telegiornale. Parlo a 12 milioni di italiani e ho quindi una terribile responsabilità: pregate per me! Il mio primo lavoro è stato il commento quotidiano al viaggio di Paolo VI in Colombia. Ho avuto piena libertà; e piuttosto che cedere alla terribile delusione di questo avvenimento, ho preferito ribadire ininterrottamente le parole profetiche che sono pure passate attraverso tanta diplomazia e tanta paura: per esempio, quella, così piena di conseguenze, che “la giustizia è la misura minima della carità”.
Sarà questo il tema sul quale imposteremo il IV Convegno delle nostre Reti, che avrà luogo a Roma il 13 ottobre prossimo e per il quale vi prego di aiutarmi con la preghiera e con il consiglio. Sarà la prima volta che non sarà presente nessuno di voi e questo è molto triste, ma forse [anche] provvidenziale, [...] produttivo di maggiore chiarezza fra le reti. Le reti in 4 anni sono probabilmente cresciute troppo: 19 centri autonomi, più 250 amici sparsi in tutta Italia, che corrispondono direttamente con me. In totale diffondiamo ogni mese circa 5.000 circolari: fatalmente il numero importa che oggi vi siano fra noi alcune decine di persone che hanno scambiato la Rete per una specie di versione internazionale della “Conferenza di S. Vincenzo”. [...]
Quanto a me, io so bene che il mio primo impulso ad avvicinarmi a voi ed ai poveri è stato sentimentale; ma mi pare che – grazie al Signore e grazie a voi - un po' alla volta le cose mi si siano fatte più chiare. La mia posizione adesso è la seguente: vedo la Rete come un piccolo fermento di base e non di élite, una proposta popolare (nel senso di non intellettualistica) a mettersi all'ascolto del vangelo di giustizia. Questa disponibilità ad ascoltare e poi a mettere in pratica è testimoniata da un primo elementare impegno, quello di dividere i propri beni (che non sono soltanto economici, ma anche culturali o di tempo etc) con i poveri, fra tutti i poveri, con quelli che lo sono di più, quelli che non hanno alle spalle nessuna organizzazione sociale e, ancora, fra essi, quelli che si trovano sul versante negativo della storia, cioè prendono coscienza di una [cosiddetta] “civiltà” che li opprime e tentano di opporvisi. Concretamente, per noi che siamo immersi in questa “civiltà” e ne godiamo i frutti, ciò implica una serie di coerenti rifiuti, di contestazioni del sistema, espresse nel colloquio con gli altri uomini e in atti concreti.
È quanto ho cercato di fare con le circolari mensili, nell'ultimo anno. Immediatamente ciò ha portato a una serie di reazioni: per avere svolto alcune meditazioni sull'insufficienza delle strutture politiche dei Paesi industrializzati nei confronti della giustizia internazionale [...] sono stato accusato di “fare politica”; in alcune reti le circolari sono state censurate o soppresse, diversi amici hanno minacciato il ritiro o addirittura lo hanno compiuto. [...] Io credo che, nonostante queste reazioni, si debba continuare su questa strada ”.

Altre scelte ed eventi avrebbero agitato ancora di più la vita interna della Rete: la presenza di Paul e Marie-Thérèse nei campi profughi palestinesi in Giordania e il loro sostegno alla Resistenza armata palestinese, il sequestro di tre aerei di Paesi occidentali fatti poi esplodere nel deserto giordano, la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. Ma anche l'appoggio ai baraccati di Pratorotondo e alla loro scuola popolare che adottava una lettura di classe del conflitto sociale costituì motivo di crisi per alcune reti e per singoli aderenti. Due amiche di Alba scrissero a Masina che sospendevano la loro autotassazione per non contribuire ad aiutare terroristi palestinesi. Resta fondamentale per lucidità la circolare di ottobre 1972 con cui Masina rispondeva ai dubbi e ai dissensi virulenti che erano emersi:

“C'è anzitutto l'intricato discorso sui Palestinesi. [...] Giudico gli atti di terrorismo una follia morale e una follia politica: una follia morale perché il rischio di coinvolgere innocenti diventa quasi certezza, una follia politica perché il terrorismo genera reazioni psicologiche nettamente contrarie alla causa che pretende difendere. Non per niente i grandi movimenti popolari hanno sempre considerato il terrorismo un fenomeno di fanatismo con il quale non vogliono avere rapporti..
Ma, detto questo, io credo fermamente che il nostro discorso vada continuato. Non è possibile, nel mondo d'oggi, essere imparziali: per poterlo essere occorrerebbe che la voce dei poveri ci giungesse chiara e suadente come quella dei ricchi, che si servono di tecnici della manipolazione psicologica, attraverso i grandi mezzi di comunicazione sociale: ma i grandi mezzi di comunicazione sociale sono negati abitualmente ai poveri. I maggiori editori del mondo hanno pubblicato “Exodus” [...], ma l'epopea palestinese e la voce dei suoi poeti sono spente dalla congiura di un ben meditato silenzio.
Meno ancora è possibile oggi essere neutrali. Le nostre amiche di Alba, in perfetta buona fede, non se ne rendono conto eppure, sottraendo la loro mano amica ai Palestinesi, scelgono l'imperialismo colonialista di Israele; uccidendo una fiammella di superstite speranza, esaltano la luce del trionfo dei ricchi. Di più, spezzando questo minuscolo legame di solidarietà con i profughi palestinesi – questi ebrei degli ebrei – finiscono per dare ragione ai terroristi di “Settembre nero”. Quale è infatti il punto da cui muove il terrorismo? Il punto è questo: che il mondo ignora ormai il dramma palestinese: le nefandezze della dominazione sionista (con le atrocità documentate prima da Paul Gauthier e recentemente da un organismo insospettabile come Amnesty), un regime di occupazione che spinge scientificamente i palestinesi più colti delle zone occupate all'emigrazione, le spaventose condizioni dei campi profughi in cui vivono centinaia di migliaia di persone, alcune delle quali per due volte (nel 1948 e nel 1967) hanno dovuto abbandonare ogni cosa e decine di migliaia sono nate e sono diventate adulte in stato di mendicità. Ha davvero ragione Paolo VI quando ammonisce che dietro alla ferocia del terrorismo bisogna saper cogliere un terribile dolore.
Ebbene, se a questo dolore noi opponiamo soltanto dell'indignazione, non spingiamo chi soffre alla disperazione e alla violenza dei disperati? E non stanno oggi i Palestinesi pagando terribilmente i nostri complessi di colpa per gli stermini che noi europei (e non loro!) per secoli abbiamo inflitto agli ebrei? E perché siamo così attenti alla violenza dei disperati e così poco attenti a quella dei potenti?”.

Queste limpide, chiarificatrici, analisi di Ettore sul “fare politica” hanno costituito un continuo punto di riferimento nelle scelte che la Rete ha fatto nei decenni seguenti: dalla scelta di appoggiare il Tribunale Russel II per l'America Latina, a quella di sostenere le famiglie dei prigionieri politici e il sindacalismo di base al tempo delle dittature, i sem terra brasiliani, le Madres argentine de Plaza de Mayo, le vedove dei desaparecidos del Guatemala, il centro per i diritti umani di Marianela Garcia e di mons. Romero in El Salvador. Queste analisi e questi incontri hanno formato e alimentato la nostra coscienza politica e il nostro sentire planetario. Masina ne è stato l'artefice attraverso le circolari mensili, nei 30 anni che ha coordinato la Rete. La sua attività di giornalista, di parlamentare, di saggista sono state coerenti con la scelta di dare voce a chi non ha voce, di sostenere la lotta di chi resiste all'ingiustizia.
Da un suo diario pubblicato raccogliamo alcuni ricordi degli anni Novanta. Il 1992 in pochi mesi ci aveva privato di due testimoni: in febbraio era morto di tumore padre Davide Turoldo e il 25 aprile, in un incidente stradale, padre Ernesto Balducci, entrambi molto vicini alla Rete:

“Balducci dopo Turoldo, in neppure tre mesi. Diversissimi fra loro, oggi, quasi all'improvviso, ne scopriamo somiglianze profonde. Tutt'e due nati in paesi di poverissima gente. [...] Burberi (eppure sempre più spesso negli ultimi anni con lampi di tenerezza), hanno continuato a somigliare a quei padri minatori o contadini ai quali profondissimamente rimanevano legati, quasi a farsi perdonare di essere andati tanto lontano. [...] Sulle ali della poesia l'uno, l'altro su quelle di una straordinaria erudizione e di una razionalità che non dimenticava mai il sentimento, unirono alla memoria della piccola patria paesana il profondo coinvolgimento nelle questioni della patria “planetaria”. Con i loro scritti e le loro omelie gridavano alto: ogni guerra, ovunque combattuta, ferisce l'umanità; ogni violenza fatta all'ambiente aggredisce il futuro di tutti i bambini della Terra. [...] Turoldo e Balducci, che 25 anni fa venne condannato per vilipendio alle Forze Armate, sono stati in questi anni punto di riferimento per il movimento per la pace. Nella difesa della pace – e più in generale dei diritti dei poveri - avevano imparato dal loro amico La Pira e da papa Giovanni a scorgere volti di fratelli oltre ogni barriera ”.

Nell'aprile 1994 al Convegno della Rete, Masina ha lasciato l'associazione che aveva fondato. Il 25 aprile ha scritto nel diario:

“Ieri è stata una delle giornate più belle e più tristi della mia vita. Mi sono congedato dalla “mia” Rete, creatura viva alla quale ho dedicato 30 anni di cure. Nel mio discorso di congedo ho detto: “Mi sento, voglio sentirmi, voglio essere ricordato da voi, non come un povero vecchio senza domani, ma come l'anziano carpentiere che, dopo avere lavorato a lungo intorno a una nave, ritiene giunto il momento del varo, e taglia, con un ultimo colpo del suo strumento, il cavo che la trattiene. Vede allora la nave addentrarsi nelle onde, prendere il largo, con tanti suoi sogni e tanti suoi giorni, e un giovane equipaggio. [...] Mormora verso l'imbarcazione sempre più lontana: “Va' con Dio”. Poi si volta per tornarsene dalla sua donna, a riposare: ma già i suoi occhi cercano se nel cantiere per caso non sia rimasto altro legno”.
Sì, è così, dev'essere così. Ma oggi mi sento come amputato; e il mio narcisismo ulula come un cane notturno per le strade della solitudine ”.

Nel cantiere c'era altro legno. Ha così avviato la redazione di “Lettera”, documento mensile di riflessione sui fatti della cronaca e della storia che Ettore continua a inviare agli amici. Ha pubblicato romanzi e diari. Da qui scegliamo qualche altro stralcio di riflessione. Innanzitutto sul “come guardarsi intorno”:

“Ci sono infiniti modi di guardarsi intorno, ma due mi sembrano tipici della società in cui viviamo. Il primo è quello, diffusissimo, del vedere tutto nero e dunque di chiudersi in casa come in una caverna pluriaccessoriata, tenere i figli fuori da ogni avventura e possibilmente in sicuri recinti, parlare d'altro e giurare che bisogna diffidare di tutti, farsi i fatti propri etc. etc perché siamo circondati da mascalzoni e il mondo va alla rovina.
L'altro è quello della curiosità, della voglia di tessere rapporti con chi ci sta accanto o troviamo sul nostro cammino, di non accettare i luoghi comuni; e di accogliere l'indignazione che spinge a schierarsi, a impegnarsi, a cercare di costruire un mondo un po' migliore.
La prima scelta (quella della paura) spinge inevitabilmente verso il gelo e la solitudine dell'egoismo, personale o di famiglia o di gruppo; la seconda [quella della fiducia] spinge verso un panorama di persone e di fatti che non rendono la società meno problematica ma la mostrano ricca di fermenti, di generosità, e persino di speranze. Si scopre allora, per esempio, che esiste una ricchissima pluralità di associazioni e di persone con le quali si può collaborare e dialogare, pur rimanendo fermi su principi che per noi e per loro sono irrinunziabili ”.

“Far posto”, “dare” “condividere”: no, grazie! Siamo esenti!

“Temo di non sbagliarmi se dico che il senso di minaccia prevale nella maggior parte degli italiani sul sentimento della compassione (una volta si sarebbe detto: sullo spirito di fraternità umana) e sulla necessità razionale di affrontare i problemi della nostra era. Bombardati da notizie che insufflano nell'opinione pubblica la convinzione di essere invasi, e da commenti che mai esaminano seriamente la complessa realtà delle migrazioni, è la nostra tranquilla agiatezza che sentiamo aggredita. “Far posto”, “dare” andava bene, secondo noi, per gli africani e gli asiatici che hanno dovuto accettare il colonialismo (ma la reciprocità non vale); “far posto”, “dare” va bene, secondo i più, per i palestinesi che hanno dovuto cedere terre, campi e case agli ebrei in nome di uno sterminio che non loro ma noi europei abbiamo attuato; “far posto”, “dare” va bene per gli iracheni e gli afgani che in nome della democrazia petrolifera sono passati da orrende dittature a un'occupazione militare che moltiplica le uccisioni di nativi. Noi, no: noi siamo esenti da ogni dovere di condivisione. Non lavoriamo forse duramente? Non paghiamo le tasse? Si guardi com'è nobile e pronta la nostra generosità ai margini delle partite di calcio del cuore” .

Ma nonostante tutto, nonostante il degrado sociale e la desertificazione che avanza, la storia degli uomini e delle donne che abbiamo incontrato nel cammino di Rete ci insegna a resistere, tessendo reti di relazione e non perdendo mai la speranza. Perché sperare e lottare è l'unico modo per stare a fianco dei poveri.

“Benché la mia lunga vita sia stata ferita, più e più volte, anche crudelmente, dal crollo di apparenti certezze, non ho nessuna intenzione di rinunziare alle mie speranze, a costo di soffrire, poi, per la loro mancata realizzazione. Stare accanto a chi vuole un mondo migliore e lo ritiene possibile significa dare alla propria vita una qualità che il realismo dei profeti di sventura, come li chiamava papa Giovanni, non consente. È come vivere dei grandi amori dei quali non dimenticheremo mai le dolcezze e il calore; qualunque sia il destino di queste esperienze, il rimpianto per ciò che poteva essere e non fu non sbiadisce la certezza di avere avuto attimi di gioia, di essere cresciuti “dentro”; e gli errori compiuti non cancellano la grandezza di sogni e sentimenti che ci stanarono dalla solitudine del nostro egoismo ”.


DOMENICA 13 APRILE 2008
mattina


Incontro con Mario Tronti

Presentazione
Maria Teresa Gavazza (rete di Quargnento)
La scheda biografica di Mario Tronti è allegata al testo del programma del convegno , questo mi esime dal soffermarmi su una vita ricca e complessa, metafora del secolo breve: sarà Mario stesso a raccontarsi.
L’impostazione data da Antonietta Potente ha scompaginato le mie riflessioni e i quesiti che avrei voluto porre al relatore, come richiesto dal Coordinamento nazionale. Mi sembra così riduttivo interrogarsi semplicemente sulla crisi della rappresentanza, proprio oggi che sono in corso le elezioni politiche tra le più significative della storia repubblicana (la vignetta di Vauro su il manifesto di oggi, 13 aprile, ben ne esprime il senso); si restringerebbe infatti uno spazio mentale e spirituale che Antonietta ci ha suggerito di esplorare. Rimaniamo su un piano filosofico per scoprire la mistica della politica, lasciamoci guidare dall'amore della sapienza e raccogliamo le suggestioni di un convegno diverso dei precedenti, risultato di un lungo lavoro fatto dalla Rete Radié Resch nei seminari locali e nelle comunità in cui opera.
Partirei da chi non c'è: donne e uomini, forse più donne, che sono state impedite dal partecipare perché figlie o madri impegnate in responsabilità famigliari cui non potevano sottrarsi, oppure per cause diverse. Occasioni di incontri affettuosi perduti, relazioni non tessute come avremmo voluto. Penso invece a Luisa Alfaro, giovane testimone dell'Argentina, e al suo racconto: la comunità le ha consentito di partire prendendosi cura del suo bimbo ed aiutandola ad affrontare un viaggio così lungo e difficile. Vorremmo anche da noi “tessere reti” per difenderci dalla solitudine, dal peso del lavoro di cura quotidiano: farsi carico di chi non può, per consentire occasioni di gioia.
Le brevi uscite lungo il mare di Rimini, mi hanno colpita per il contrasto tra la natura e il vuoto delle case: negozi, alberghi, ristoranti serrati e muti. Imponenti costruzioni senza vita, pronte a rianimarsi al comando del denaro, del consumo. Ho sentito forte il senso di non luogo: nella civiltà della ricchezza vi sono interi spazi che ben rappresentano l'assurdità di una società dell'immagine, senza radici. Il confronto con la Patagonia è suggestivo: aree sterminate da percorrere a piedi o a cavallo, senza elettricità, ma pulsanti di vita. Luoghi dove la madre terra crea legami con la comunità umana, intrecciandosi secondo ritmi millenari. E poi, per analogia, il non luogo della politica: è come uno zombie che si risveglia solo in certe occasioni, ad esempio durante le elezioni, evento mediatico e fasullo. Nessuna relazione, nessuna passione, rimozione delle radici, mancanza della partecipazione: è il non luogo per eccellenza.
Come “ricostruire” un luogo comune, una comunità? Ho pensato al racconto di Eufrosine, del “No Dal Molin” di Vicenza o a Dadoue da Haiti, esempi di Politica femminile leggera, non di potenza. Per gli haitiani la scuola rappresenta la conquista dell'eternità: i figli sopravviveranno ai genitori, che ben conoscono la precarietà della vita, se potranno istruirsi e diventare colti. La società opulenta invece svaluta la conoscenza, spinge i giovani a cercare il denaro facile con la complicità dei genitori: nell'associazione GAPA di Catania, altro ponte verso il nostro Sud della Rete Radié Resch, si combatte l'abbandono scolastico lavorando nelle strade con gli adolescenti. “Resistere” all'assedio ricercando il disubbidiente, il diverso: "Noi siamo liberi dentro ad una prigione”, sono parole di Tronti.
I soggetti storici nascosti dettano il ritmo della Storia, la resistenza è un grido: la microstoria emerge dalla grande Storia, per creare e inventare nuove soluzioni, nuove reti affettuose. Ancora Tronti ci spinge a riflettere sul rapporto tra politica e spiritualità “intesa come l'ultima frontiera della resistenza, l'ultima forma dell'antagonismo rispetto all'ordine esistente”.

Testimonianza di Mario Tronti
Vi ringrazio per questo invito, che è stato molto gradito. Mi ha permesso di entrare in contatto “fisico” con la vostra realtà. Quando Ettore Masina mi ha proposto questo intervento ero un po’ preoccupato, perché non conosco molto la vostra realtà. Ho visto che siete una grande famiglia.
Ho pensato ai verbi “restituire, ricostruire, resistere”; Antonietta Potente ha aggiunto poi il “riconoscere”, che mi sembra molto importante. Questi verbi mi sembrano anche indicazioni di lotta. Credo che la vostra realtà abbia una forte concretezza, intervenendo in luoghi ben caratterizzati e significativi.
Dal femminismo ho imparato l’importanza del “partire da sé”, che vedo però come un “partire da noi”, cioè all’interno di un movimento. Io vengo dal popolo comunista romano; ora lo ritroviamo con difficoltà: è stato sradicato. Ho scoperto la fabbrica e la classe operaia, nell’epoca della grande produzione di massa fordista e taylorista. Mi dichiaro un intellettuale organico di partito e di classe sociale: una volta era una nobile figura, perché metteva il suo impegno al servizio di una causa collettiva: ora è una figura demonizzata, e si preferisce l’intellettuale che fa cultura per sé e per la sua carriera. Nel partito la mia posizione non era eretica, perché rimaneva dentro il partito, ma era non-ortodossa.
La storia del movimento operaio inizia alla fine del ‘700, con la rivoluzione industriale: è una storia lunga e dobbiamo prenderne l’eredità e portarla avanti. La lascerei ora però sullo sfondo, per confrontarmi con il vostro modo di agire e di stare dentro la realtà. Mi hanno colpito le due figure fondanti della vostra Rete, Ettore Masina e Paul Gauthier, con questo scambio vitale nelle divergenze e nelle convergenze. Vedo che la vostra storia è sempre discussa ed in movimento.
Arturo Paoli ha parlato di una linea mistica e di una politica; per lui la figura del cristiano è di sintesi. Per Paoli una fede viva deve essere “intrinsecamente politica”. Anche Antonietta Potente mi sembra che cerchi questa sintesi ; il suo ultimo libro del 2008, si intitola “Per una mistica politica”.
Si parla ora di crisi politica. Io però do una connotazione positiva al concetto di “crisi”, come momento di “messa in discussione” dello stato delle cose. Tutti parlano di “uscire dalla crisi”; a me sembra meglio “entrare nella crisi”, che consente modifiche e trasformazioni, cambiamenti; mi sembra invece negativo il concetto di “ordine”.
Noi contrapponiamo società civile e classe politica. Io penso invece che nell’Occidente la società civile produca una classe politica a sua immagine e somiglianza.
Antonietta Potente parla del percorso da teologia missionaria a teologia contestuale, per adattare la teologia al luogo in cui si opera. La teologia si trasforma quando entra in certi luoghi, perché entra la sapienza degli altri popoli: si modificano le forme e i contenuti. Bisogna lasciare che i grandi silenzi prendano la parola. Anche Dossetti si muoveva tra le due grandi dimensioni del silenzio e della parola. Benedetto Calati, un grande monaco dei nostri tempi, ora scomparso, diceva: “La Scrittura cresce con chi la legge”. Più che dire la parola di Dio bisogna lasciarla dire, restituendo la nostra vita nelle mani degli altri.
Nelle lotte operaie si voleva che i padroni restituissero il plus-lavoro, che creava profitto: Marx, da giovane, diceva anche che l’operaio veniva alienato: metteva parte della sua umanità nel prodotto, che poi gli veniva tolta dal padrone capitalista. È chiaro che non siamo di fronte a questa forma di “restituzione”.
Il tema dell’attesa comporta il “resistere”: il “restare in attesa”, facendo sì che alcune cose “non passino”, il “no pasaràn” della guerra di Spagna verso il fascismo. Oggi, dopo la sconfitta del movimento operaio, parliamo ad esempio di resistenza al capitalismo.
Il moderno non si trattiene, ma dentro al moderno c’è da “trattenere” qualcosa. Trovo in voi un certo ottimismo sulla natura umana, sia individuale che collettiva. Noi però in Occidente abbiamo alle spalle il fallimento del più grande tentativo di liberazione umana messo in campo. Visto dal Sud del mondo, viene avanti la speranza; visto dal Nord, viene avanti la disperazione. Ad esempio adesso, con queste elezioni, c’è data la scelta tra due sventure: dovremmo scegliere la minore. C’è sempre meno la possibilità di mobilitazione.
“Ricostruire” secondo me ha da noi molto a che fare con il ricostruire la fede, una coscienza di se stessi. Quale fede? Come fare perché il “tempo nuovo” sia nuovo per tutti?
Lontano da qui, nelle situazioni narrate, c’è una sorgività, una creatività, pur essendo presenti grandi tradizioni. Da noi c’è la retorica del nuovo, quando spesso c’è falsità in questo: ad esempio cambiano le forme della società capitalistica, ma la sostanza capitalistica rimane.
Dobbiamo guardare ai rapporti sociali e ai rapporti politici, riconoscendo i rapporti di forza tra chi lavora e chi sfrutta il lavoro e tra chi comanda e chi ubbidisce: se non si rovesciano questi rapporti di forza, è veramente possibile un tempo nuovo?
Antonietta Potente ha detto di non credere che ci sia una grande differenza tra il vero asceta ed il vero rivoluzionario. È vero. Questo ci impegna a cambiare le forma della lotta e dell’organizzazione, ed anche ad assumere l’ascesi come contemplazione attiva; sapere che non tutto è nelle nostre mani, che c’è un mistero più grande entro cui si svolge la storia umana. Questo è importante per la politica per cambiare il mondo. Non più avanguardie che guidano, non più direzione dall’alto, ma “orientare seguendo”, “camminare condividendo”.
Noi occidentali siamo la “terra del tramonto”; ma l’ “altro” continua ad essere il nostro destino, che può allargare la nostra visione. Appartengo ad una generazione segnata da una lotta grande e terribile; la speranza è che le nuove generazioni, libere dal ‘900, trovino un’altra misura nella lotta, con una passione per il mondo.
Vi ringrazio per quello che fate e soprattutto per come lo fate.

 
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