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Manca l'intesa con Banca Intesa

Commercio e Finanza / Commercio / Resp. Sociale Imprese
Data: 11 Set 2004 - 11:04 AM
Chiara Cremascoli del nodo di Lodi intervista Andrea Baranes, portavoce della
Campagna Manca Intesa

Sarà il più lungo al mondo, percorrerà 1 760 km, partirà dall’Azerbaigian, passando per la Georgia e finendo il suo percorso in Turchia. E’ l’oleodotto BTC, Baku-Tbilisi-Ceyhan, uno dei progetti petroliferi più controversi. Vi sono diffuse preoccupazioni a livello internazionale per i gravi impatti socio-ambientali e sui diritti umani, nonché per una serie di implicazioni geopolitiche in un’area già oppressa da conflitti. Banca Intesa e San Paolo IMI hanno raggiunto, nel febbraio 2004, l’accordo definitivo sul finanziamento al progetto. Ne parliamo con Andrea Baranes, portavoce della Campagna "Manca Intesa"

Secondo l’agenzia Reuters del 4 febbraio 2004 Banca Intesa e San Paolo IMI parteciperanno, insieme a BCE e Banca Mondiale, al finanziamento del progetto dell’oleodotto BTC. Si tratta di un investimento di grande portata visto l’interessamento di tanti istituti di credito, quali sono i motivi del loro interesse?
Dopo che la Banca Mondiale e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) hanno deciso di sostenere il progetto con prestiti rispettivamente di 310 e 280 milioni di dollari, un consorzio di 15 banche internazionali ha deciso, a febbraio del 2004, di finanziare a sua volta l’oleodotto. In questo consorzio, oltre ad alcune delle più grandi banche private del mondo, come l’olandese ABN Amro o la statunitense Citigroup, sono presenti anche le italiane Banca Intesa e San Paolo IMI. Si tratta effettivamente di un investimento di enorme portata, visto che permetterà di convogliare, nei prossimi anni, le gigantesche riserve di petrolio del Mar Caspio verso il mediterraneo ed i mercati occidentali. Secondo le stime più recenti queste riserve petrolifere potrebbero essere le seconde al mondo, dopo quelle situate in Medio Oriente. Proprio in questi giorni è apparsa la notizia che il Governo del Kazakhistan sta negoziando un accordo con quello dell’Azerbaijan, per potere utilizzare lo stesso oleodotto per trasportare anche la sua produzione di combustibili fossili. La realizzazione di questo oleodotto dovrebbe quindi garantire enormi profitti al consorzio BTC, che sta costruendo l’omonimo oleodotto. Questo consorzio è guidato dalla britannica British Petroleum, e vede anche la partecipazione dell’italiana ENI, assieme a diverse altre compagnie petrolifere, in maggioranza occidentali.

La costruzione dell’oleodotto BTC è legata solo a fattori economici quindi?
No, l’importanza maggiore di questo oleodotto non è però solo legata a fattori economici, ma anche, e forse soprattutto, di natura strategica e geopolitica. Il progetto, fin dall’inizio, è stato fortemente voluto e sostenuto dagli Stati Uniti, come tassello fondamentale della propria politica estera, tesa a controllare le risorse petrolifere globali. La realizzazione di questo oleodotto premetterà infatti alle compagnie ed ai paesi occidentali di controllare queste enormi riserve di petrolio e gas naturale, a discapito degli altri paesi della zona, a partire dalla Cina ad Est e dalla Russia a Nord. Diversi studi sostengono inoltre che un oleodotto che attraversasse l’Iran verso sud sarebbe stato decisamente più breve, economico e semplice da realizzare, ma questa soluzione è stata ovviamente scartata a priori dall’Amministrazione Usa che ha cercato l’unico percorso che passasse per paesi “amici”. La motivazione fondamentale risiede quindi nella necessità, una volta di più, di controllare le riserve mondiali di combustibili fossili e di convogliarle verso l’energivoro occidente, a discapito in primo luogo degli abitanti della zona che soffrono di gravi penurie energetiche durante i gelidi inverni del Caucaso, ed a discapito degli altri grandi “players” globali.

L’Azerbaigian e la Georgia hanno già dato il consenso per ospitare truppe americane di ‘sorveglianza’ durante la costruzione dell'oleodotto. Quali sono i rischi per la popolazione di quelle zone?
I rischi concreti di nuove guerre, scontri armati e atti di terrorismo sono più che evidenti. I tre paesi coinvolti sono stati tutti teatro di gravi conflitti negli anni ’90, alcuni dei quali tutt’altro che risolti. Effettivamente Azerbaijan e Georgia hanno già chiesto l’intervento di truppe Nato e Usa per militarizzare il percorso, mentre la Turchia ne ha affidato la sicurezza alla Gendarmeria, una forza di polizia che si è macchiata di tali crimini contro le minoranze curde da portare il Consiglio d’Europa a chiederne ufficialmente lo scioglimento alla stessa Turchia. Ricordiamo che l’oleodotto attraversa il cuore della regione curda della Turchia, oltre a passare ad esempio a poche decine di chilometri dal confine ceceno. La Georgia è inoltre teatro in questi mesi di colpi di stato, conflitti e rivendicazioni di indipendenza da parte di alcune regioni, mentre il Governo dell’Azerbaijan è considerato dall’ONU uno dei più corrotti al mondo. Oltre a questa grave situazione di instabilità politica e militare, è quasi impossibile anche solo fare l’elenco dei rischi e dei potenziali impatti negativi di questo oleodotto da un punto di vista ambientale, sociale e dei diritti umani. Diverse inchieste hanno già evidenziato errori ed omissioni tecniche che mettono gravemente a rischio di inquinamento da petrolio le regioni attraversate, mentre diverse Ong hanno ad esempio denunciato che i contadini lungo il percorso del BTC sono stati spesso ingiustamente espropriati delle loro terre, unica fonte di sostentamento. Anche da un’analisi superficiale risulta evidente che questa miscela di instabilità politica, impatti ambientali, violazioni dei diritti umani e sociali, militarizzazione del territorio e rischio di corruzione rappresenta una bomba ad orologeria per tutta la regione. La costruzione dell’oleodotto avrà come principale e più probabile conseguenza l’acuirsi delle tensioni e dei conflitti già presenti nella regione.

La campagna ‘Manca Intesa’ è attiva da sei mesi. Cosa proponete?
La Campagna è nata per chiedere al più grande gruppo bancario italiano di modificare radicalmente i propri comportamenti e sviluppare un sistema di responsabilità sociale ed ambientale. Ad esempio chiediamo alla banca di valutare gli impatti ambientali e sociali dei propri finanziamenti prima di concederli, ed è in questo senso che per noi l’oleodotto BTC rappresenta un progetto essenziale. Vogliamo che Banca Intesa fissi delle linee guida trasparenti e vincolanti che regolino i propri comportamenti, e che dia l’esempio a tutto il settore bancario italiano. Non è possibile che le banche lavorino unicamente per inseguire il massimo profitto, senza alcuna preoccupazione per le conseguenze delle proprie azioni sulla natura e le popolazioni impattate dai progetti che finanziano. In occasione dell’Assemblea dei soci della banca abbiamo anche distribuito una nostra bozza di linee guida che vorremmo che la banca adottasse, a dimostrazione che le nostre non sono solo posizioni critiche ma che abbiamo anche proposte concrete da discutere. Come ultimo obiettivo della campagna, credo che i cittadini abbiano il diritto ed il dovere di sapere se sono anche i soldi del loro conto in banca a finanziare questi progetti, ed eventualmente di attivarsi per cambiare questo stato di cose. L’elenco delle organizzazioni promotrici e tutti i materiali sono disponibili sul sito: www.mancaintesa.org

Cosa ha risposto Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa, alle vostre richieste?
Le nostre richieste sono precise, e sostenute da un’ampia documentazione che abbiamo inoltrato di volta in volta ai dirigenti di Banca Intesa per denunciare l’incredibile susseguirsi di scandali, errori, tecnici, violazioni dei diritti umani e rischi ambientali che hanno caratterizzato l’oleodotto sin dall’inizio. Pochi mesi fa la prima pagina di un giornale inglese riportava il titolo di “bomba ad orologeria ambientale” per definire il BTC. In queste condizioni, per una banca che volesse veramente dimostrare un minimo di responsabilità sociale ed ambientale crediamo che l’unica possibile soluzione dovrebbe essere revocare immediatamente il proprio finanziamento all’oleodotto BTC e uscire dal progetto. In caso contrario, crediamo che gli stessi dirigenti della banca dovrebbero essere ritenuti corresponsabili delle possibili conseguenze che avrà l’oleodotto nei prossimi anni. La corruzione, l’esproprio delle terre ai contadini, l’arresto arbitrario e le ripetute violazioni dei diritti umani nella regione, la militarizzazione del territorio, i probabili disastri ambientali legati ad errori tecnici già ampiamente illustrati sono possibili grazie ai finanziamenti concessi dalle banche che hanno deciso di sostenere l’oleodotto. Se saremo costretti a leggere di nuovi conflitti e attentati terroristici nella regione, o di qualche disastro ambientale, se dovremo assistere allo scoppio di una nuova guerra per il petrolio, sapremo quali soldi hanno reso possibile questi disastri, e cosa si sarebbe potuto fare per evitarli.

Banca Intesa è già stata accusata di essere una ‘Banca Armata’. Sta cambiando qualcosa grazie alle pressioni della società civile?
L’annuncio di Banca Intesa in materia di armi rappresenta sicuramente un primo passo positivo, se non altro perché dimostra che la banca è disponibile al dialogo ed a recepire le richieste della società civile. Al di là della dichiarazione, sarà ovviamente necessario verificare nei prossimi anni se e quanto la stessa Banca Intesa rispetti il proprio impegno ad uscire dal commercio di armi. Questa decisione rappresenta inoltre un primo passo nella giusta direzione, ma molto rimane ancora da fare sulla strada di una maggiore responsabilità sociale ed ambientale.





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